Come funziona l’analisi del rischio epidemico: gli indicatori

L’ è divisa in zona gialla, arancione, rossa. Ci sono 21 indicatori, di cui si sente tanto parlare, che fanno parte di un insieme di strumenti che aiutano a comprendere l’andamento dell’epidemia. Non solo. Questa serie di indicatori serve anche a fornire una classificazione del rischio, da molto bassa a molto alta

Da lockdown a droplet, da mascherina ad assembramento. Sono tante le parole nuove, quei termini che fanno parte ora del nostro dizionario comune e che prima della pandemia, quindi prima dello sviluppo dell’emergenza sanitaria che ci riguarda in prima persona, non pronunciavamo così frequentemente. Termini di cui, magari, non sapevamo nemmeno l’esistenza. Nel nostro parlare comune da qualche tempo c’è anche la suddivisione dell’Italia in zone – zona rossa, zona arancione, zona gialla. Così si sente pronunciare sempre più nei nostri discorsi, al telegiornale, si legge sui giornali. E poi ancora: indicatori, questi sconosciuti. Vediamo dunque di fare un po’ di chiarezza, servendoci dell’ultimo documento pubblicato dall’ISS volto a spiegare come funziona l’analisi del rischio epidemico.

Cosa sono gli indicatori

I 21 indicatori, stabiliti nel decreto del Ministro della Salute, fanno parte di un insieme di strumenti che aiutano a comprendere l’andamento dell’epidemia. Ancora, servono a comprendere il rischio di una trasmissione non controllata e non gestibile in Italia. Da questi si produce una classificazione del rischio – da molto bassa a molto alta.


La raccolta delle informazioni e la classificazione viene realizzata dal Ministero della Salute. A suo supporto, una cabina di regia che coinvolge l’Istituto Superiore di Sanità e le regioni (o province autonome). Si ottengono così dei risultati nazionali e regionali. Si censisce così l’evoluzione dell’epidemia nel paese. Rilevando ad esempio il cambiamento di fase e le accelerazioni nella trasmissione.

Come si elaborano

Gli indicatori, di cui 16 sono obbligatori mentre 5 opzionali, valutano tre aspetti. Probabilità di diffusione, impatto e resilienza territoriale. Da questi dati si può dunque calcolare il livello di rischio. Qualora si riscontrino molteplici allerte relative alla resilienza territoriale, deve essere elevato al livello di rischio immediatamente successivo.

Per ognuno di questi tre aspetti (probabilità, impatto e resilienza) servono molteplici indicatori o criteri aggiuntivi. Questi indicano una criticità per poter alzare il livello di rischio di una regione. Ad esempio per la valutazione di impatto si considera una serie di fattori. Tra questi se negli ultimi cinque giorni ci sono stati casi in persone sopra i 50 anni. Se c’è un sovraccarico delle terapie intensive e/o delle aree mediche. Ancora, se ci sono focolai che coinvolgono persone particolarmente vulnerabili, e non è sufficiente che solo uno di questi parametri per portare ad una valutazione di impatto elevata.

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