Intervista a Giovanni Allevi

Nelle Marche di Allevi

I paesaggi dell'anima del pianista, tra gamberetti e classici "pop"

Da vicino è come lo si vede in tv o nei servizi fotografici: alto, allampanato, magrissimo, con il cespuglio di capelli ricci che scende sulla fronte e gli occhiali dalla montatura nera dietro cui sembra quasi nascondersi. Anche il personaggio è come viene decritto: disponibile, cordiale, quasi complice con l'ascoltatore a cui si rivolge con voce bassa, spesso interrotta da qualche breve risata e dal gesticolare delle mani, lunghe e sottili. Da quest'anno Giovanni Allevi, nato ad Ascoli Piceno 43 anni fa, è testimonial della sua regione, le Marche. Il suo debutto ufficiale in questa veste l'ha fatto alla Borsa Internazionale del Turismo di Milano. È qui che Milanodabere.it l'ha incontrato, alla vigilia del tour che si intitola come l'ultimo album, Sunrise, e che in 3 mesi lo porterà in 17 diverse città italiane. In realtà si tratta di due tour in uno perché Allevi si esibirà sia accompagnato da un'orchestra sinfonica sia come solista al pianoforte. In questo secondo caso gli appuntamenti vanno sotto il nome di Solo Tour.

Cominciamo da Sunrise e Solo Tour. Cosa ci puoi dire del doppio impegno che ti aspetta dal prossimo 28 febbraio?
"Il tour di Sunrise, con orchestra, è una seconda ondata del tour invernale che ha avuto il tutto esaurito. Il pubblico vuole ascoltare ancora una volta, in particolare, il mio Concerto per violino e orchestra. Al tempo stesso, abbiamo avuto anche molte richieste di concerti per pianoforte. Ecco il motivo della scelta di due tournée in una".

Hai spesso definito la musica: strega capricciosa. Ci puoi spiegare cosa intendi dire?
"Per me la musica è un'entità a sé stante, non il frutto di una mia immaginazione o di una mia improvvisazione al pianoforte. È un'entità che ha una sua struttura ferrea. Addirittura, ho osato dire che la musica ha uno statuto ontologico, come le idee platoniche. In altre parole esiste indipendentemente da me. Quando una composizione, che ha il suo scheletro e la sua forma arriva alla mia mente, anche solo come un frammento, io devo cercare di ricostruire il tutto seguendo quella che è la sua logica, non le logiche di mercato, il consenso del pubblico o le aspettative della critica. La musica c'è già e io devo semplicemente afferrarla. La fantasia e la creatività sono impegnate in questo sforzo artistico, ma è molto importante anche il lavoro da manovale, soprattutto nell'orchestrazione, nel fare in modo che questo scheletro, piano piano, torni alla luce. Insomma, il mio lavoro è come quello di un archeologo che deve recuperare qualcosa che è sepolto".

A cosa stai lavorando in questo momento?
"Io vivo dell'amore del pubblico. Sono un artista libero, lontano dalle logiche di palazzo e ho scelto di esserlo da tanto tempo. Così come scelse di esserlo Beethoven, che fu il primo compositore ad allontanarsi dalla corte e a rivolgersi direttamente al pubblico, ai suoi fan, per un'esigenza di libertà. Il mio lavoro, soprattutto sinfonico, è molto complesso, molto complicato, anche da un punto di vista organizzativo. Basti immaginare cosa significa una tournée in cui bisogna spostare un'orchestra di 60 persone, ma al tempo stesso questo sforzo organizzativo è possibile finché il pubblico sarà con me. Finora le persone che mi seguono non mi hanno mai abbandonato. Questo mi dà la possibilità di affrontare percorsi musicali sempre più ambiziosi, sempre più impegnativi. Adesso, nel tour di Sunrise è la volta del Concerto per violino e orchestra, ma il mio sogno musicale è quello di poter dirigere una mia sinfonia. Che ho già finito di comporre. Sto solo aspettando il momento giusto per poterla eseguire per la prima volta.

Ti va di giocare con qualche nome di suoi illustri colleghi? Cosa ti viene in mente se ti dico Ennio Morricone?
"Il genio".

Michael Nyman?
"Minimalista".

Ludovico Einaudi?
"Papà! Gliel'ho proprio detto, quando ci siamo incontrati a Los Angeles. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: papà".

Uto Ughi?
Allevi non risponde. Allarga le braccia e fa un lungo sospiro. Del resto è da capire in quanto il grande violinista è stato ed è uno dei più grandi detrattori della sua musica, da lui considerata commerciale.

Il tuo animale da compagnia si chiama Maciste ed è un gamberetto che vive in un'ecosfera progettata dalla Nasa. Puoi spiegarci di cosa di tratta?
"È una boccia di vetro, completamente sigillata, con dentro dell'acqua e un'alga. Il gamberetto, non più lungo di un centimetro, vive con l'ossigeno emesso dall'alga attraverso la fotosintesi clorofilliana e si nutre di certi batteri che si formano sull'alga stessa. Si tratta di un perfetto ecosistema, per quanto essenziale, che va avanti da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno, eccetto la luce".

Perché lo ami tanto?
"In un certo senso rappresenta la condizione in cui mi piacerebbe vivere: nel silenzio, con la possibilità di dedicarmi completamente alla composizione musicale, lontano da questo eccesso di stimoli in cui tutti siamo immersi".

Pensi di essere riuscito a portare i giovani del pop alla musica classica o di aver adattato la classica al gusto del pop?
"La musica classica è sempre stata pop. Quando Beethoven morì, si mosse tutta Vienna per seguirlo, come succede oggi per una popstar. La musica classica ha sempre parlato al cuore dell'umanità. Non credo che ci sia mai stato nei compositori il desiderio di essere elitari, almeno fino a tutto l'800. Il compositore vuole sempre che la sua musica raggiunga il cuore dell'ascoltatore. Poi, nel '900, il meccanismo si è interrotto. Prendiamo un vertice assoluto della classica: la Nona di Beethoven. Non esiste una vetta più alta di quella. Ebbene, non esiste brano più pop dell'Inno alla Gioia che è la vetta della Nona. Questo significa che la musica alta, non è meno alta se raggiunge un largo pubblico. Al contrario, se una musica è solo per poche persone non significa che sia una musica di qualità, mentre oggi c'è ancora in piedi un grande impianto ideologico per cui più la musica è incomprensibile, più vuol dire che è di qualità e alta. Io sto cercando di distruggere questa ideologia per proporre un nuovo modo di pensare, che non è nuovo, ma vuole semplicemente riportare in auge l’estetica del Romanticismo perché l'altra strada non porta da nessuna parte".

Parlando del tuo album Alien, hai detto: "La composizione musicale mi porta in luoghi lontani dalla quotidianità, astratti ed emotivi". Non è che inconsciamente ti riferivi al paesaggio delle Marche?
"Può essere. Di sicuro noi marchigiani abbiamo il senso dell'alieno, aiutati in questo proprio dai nostri paesaggi che sembrano essere fuori dallo spazio e dal tempo. Basti pensare ai dipinti di Piero della Francesca per il duca di Urbino o a quelli di Tullio Pericoli, anche lui marchigiano. Probabilmente è questo il grande fascino delle Marche".

E della cucina marchigiana, cosa ci puoi dire?
"Mi viene subito in mente il Brodetto di pesce. Come lo fanno là, credo che sia insuperabile". 
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