Magnolia Parade 2011: Italians do it better

Successo e sorprese musicali per il festival del live club dell'Idroscalo

Sono stati tre giorni intensi, dalle ricche sfumature sonore, quelli della Magnolia Parade 2011, dall'1 al 3 settembre. Tre giorni durante i quali si sono alternati sui palchi grandi nomi internazionali e stelle nascenti del panorama italiano. Dall’elettronica al rock, fino alla techno e al dub, il Magnolia si è trasformato anche quest’anno in un enorme Juke Box.

NO ELETTRONICA NO PARTY – Se c’è un genere musicale che si sposa bene con il termine "Parade” è l’elettronica (di ricordi berlinesi). Tra i primi a salire sul Big Frog Stage sono stati i Crystal Fighters, spagnoli emigrati in U.K., che in questa loro seconda discesa a Milano non hanno certamente deluso. A seguire i Buraka Som Sistema, collettivo portoghese ad alta concentrazione di groove. Sul palco con un dj e tre Mc, i BSS hanno reso l’atmosfera allegra e polverosa (vista la danza sfrenata del pubblico) con il loro mix di techno e suoni afro, frullati in un genere definito progressive kuduro. A chiudere la prima serata i Digitalism, affermatissimo duo dance punk di Amburgo. Dopo una prima parte energica e infarcita dei pezzi più famosi, i due hanno cercato di coinvolgere il pubblico con brani più concettuali, quasi fuori dalla loro sfera d’azione, con risultati non eccellenti. Venerdì 2 settembre è stato il turno di Dj Fresh: divertimento allo stato puro a colpi di drum n’ bass e dubstep. Nota amara per il capitolo UNKLE. L’acclamato collettivo sperimentale inglese, mette in scena un dj set (solitario) che non convince. Non mancano le tracce storiche di Never, Never, Land, album capolavoro della band, ma il set dà l’impressione di essere sfibrato, a tratti molle e il pubblico se ne accorge.

LET'S ROCK– Sono stati due i nomi importanti della session rock della Magnolia Parade 2011: i Mogwai e i Ministri, entrambi andati in scena venerdì. Il gruppo italiano porta ogni volta sul palco quel nervosismo generazionale che trova il suo giusto sfogo nei loro pezzi. Inutile cercare di star calmi, la musica dei Ministri ti scatena qualcosa dentro. Sui Mogwai c’è ancora poco da dire. Assodato il loro talento nel cercare nel post-rock nuove vie significative, la band scozzese si ascolta con il battito cardiaco altalenante, tra suoni ambientali e chitarre pesanti. Tocca al pubblico decidere che emozioni provare.

ITALIANI A TESTA ALTA -  Non c’è dubbio che quest’anno le band italiane se la siano giocata alla pari con i grandi nomi internazionali sorprendendo per creatività e maturità artistica. Per esempio gli Aucan, gruppo rivelazione dell’anno, sul palco con il secondo album Black Rainbow. Con la sua proposta post rock, a tratti dubstep e hardcore la band sta pian piano guadagnando un discreto successo. Stesso discorso per gli Ancien Regime: chitarre tirate, voce malinconica, synth alla Editors per un concerto pulito, bello e piacevole. Veri mattatori della serata di sabato 3 sono stati, invece, i Low Frequency Club, sempre più bravi e sempre più convincenti. Piccola nota a margine per i Dubby Cookies, trio di dj milanesi che in collinetta ha dispensato dub da intenditori.

P.S. Il sottoscritto si scusa per aver menzionato solo una parte dei gruppi, ma non possiede ancora il dono dell’ubiquità, si sta attrezzando.

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