Romeo e Giulietta

All'Elfo il dramma dei due innamorati in una Verona povera e stracciona

In un’atmosfera di raccolta intimità, sei attori attempati e un musicante costruiscono una versione dell’opera tragicomica, in cui l’essenzialità della scena, una Verona fatta di stracci e bidoni di lamiera, ben si amalgama con il trasformismo degli attori.
L’intenzione di base di Romeo e Giulietta, all'Elfo fino al 22 gennaio, è raccontare una storia d’amore attraverso lo spirito elisabettiano, ossia un teatro fatto di soli uomini che interpretano anche ruoli femminili, ma sul palcoscenico scoppia il caos, ogni attore non riesce ad interpretare fino in fondo la propria parte e puntualmente entra in conflitto con gli altri creando situazioni paradossali fino a farci comprendere che ogni personaggio preso singolarmente risulterebbe solo un avanzo di teatro parrocchiale.

La goffaggine e le dissonanze figurative fanno ridere, ma il dramma amoroso assume una doppia tragicità: una data dal racconto e l’altra dall’interpretazione.
Insomma uno spettacolo intelligentemente irriverente, in cui Giuglietta è una dolce fanciulla barbuta e zitellona che saltella sul palcoscenico col suo tutù bianco, l’ombrellino trasparente e le ali; Romeo è un tardone occhialuto e piagnone; Madonna Capuleti (madre di Giulietta) una nana dal forte accento partenopeo; la balia di Giulietta, una serva claudicante con una scarpa ortopedica che ricorda ossessivamente la fase di allattamento della fanciulla; Patron Capuleti (padre di Giulietta) un reduce di guerra con l'elmo forato che è accecato dall'odio; il servo di scena, l’unico attore costretto ad intruffolarsi nello spettacolo per supportare e regolare la scena e infine il musico che cadenza con i suoi strumenti e la voce il ritmo della rappresentazione.

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