Mamma

Il canto partenopeo del compianto Annibale Ruccello al teatro Libero sbircia nelle viscere di Napoli

A venti anni della scomparsa di Annibale Ruccello, portabandiera della nuova drammaturgia napoletana, c'è da chiedersi che cosa sia rimasto ancora della Napoli dipinta dal drammturgo napoletano. Una Napoli sotterranea, dove parallelamente al magma incandescente che "'O Vesuvio" stenta ad eruttare, vive il vicolo. Ribelle al salotto piccolo-borghese eduardiano e più vicino alla visceralità di Viviani, Mamma, meritatamente applaudito al Teatro Libero,è uno spettacolo viscerale, zeppo dei suoni e delle visioni che affollano una delle città più belle e più complicate a questo mondo.

Piccole tragedie minimali, ovvero una sfilza di monologhi che denudano la figura della "mamma": madre folle, rinchiusa in un manicomio e folgorata da visioni;madre miope che non percepisce il dramma della figlia che è rimasta incinta; madre sciatta che impiega il suo tempo in banali conversazioni telefoniche perdendo di vista i propri figli. Questa corona blasfema e irriverente viene sgranata con stralci di storie, riprese dal "Pentamerone" di Basile, evocando la grande tradizione che Roberto De Simone ha immolato con "la Gatta Cenerentola".

Antonella Morea opta per una regia ricca di provocazioni che si concetrano sull'unico interprete sulla scena: Rino Di Martino che dimostra di avere talento ma soprattutto di avere la capacità di far venire fuori le sfumature di un disegno drammaturgico, apparentemente semplice, ma complesso nel suo sottotesto. Mamma resta ancora un'indagine sociologica e antropologica sull'universo napoletano che, nell'analisi di Ruccello, ha sottratto alla religiosità il forte istinto di spiritualità. Adesso tra incenso e simboli quaresimali non restano che riti profanati, immagini sacre oltraggiate, superstizione che annega nel grande vortice mediatico, distruttore di identità e civiltà.  

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