Recensione spettacolo Lotta di negro e cani

Le lotte non finiscono mai

Al Teatro i, la disperata solitudine di "Lotta di negro e cani"

Affascinante e dannato, il francese Bernard-Marie Koltès (1948 – 1989) ha lasciato al mondo della drammaturgia la struggente opera Lotta di negro e cani, un testo messo in scena al Teatro i per la regia di Renzo Martinelli. La pièce tocca i temi del razzismo, della solitudine e dell'alienazione da lavoro.

OCCHI IMPOTENTI - Come sentinelle sulle torrette di un campo, gli spettatori vedono lottare un povero uomo di colore, Alboury (interpretato da Alfie Nze), contro l'ottusa ignoranza di un capo cantiere, Horn (Alberto Astorri), e di un delirante ingegnere Cal (Rosario Lisma). Uno scontro che nasce dalla necessità di reclamare il cadavere del fratello morto sul lavoro.

UOMINI VUOTI - Lo stesso Koltès scrisse, in una nota del 1983, "Lotta di Negro e cani non ha certo alcun messaggio da trasmettere. Parla semplicemente di un luogo del mondo. […] Forse parla un po’ della Francia e dei Bianchi”. Di certo è un atto di denuncia, un faro che prova a far luce sulle anime buie, su quei tanti cuori di tenebra che creano mondi contorti, ricolmi di hollow men, uomini vuoti, come direbbe il poeta T.S. Eliot.

GRIDANDO A BASSA VOCE - Due ore di spettacolo cariche di mordente, che rapiscono l'attenzione del pubblico, tra momenti di intensa drammaticità ed empatia, enfatizzati dalle musiche che fanno da colonna sonora. Il dub, il trip hop e il drum&bass marcano, infatti, le scene dove è l'isteria a regnare, sottolineando il confine tra razionalità e irragionevolezza. Quello di Lotta di Negro è un mondo corrotto, pusillanime, sordo. Un campo in cui il seme dell'amore non potrà mai crescere. Un collage di dialoghi assurdi, che si rivelano in realtà patetici monologhi, disperate dichiarazioni di solitudine e rassegnazione gridate contro il vento.
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