La Scimia

Folgorante profondità nel testo di Landolfi per la regia di Emma Dante al Teatro dell’Arte

Una croce oscilla in scena, appesa a una corda, come un impiccato, a ricordare che il Dio vivente morì come l’ultimo dei ladroni.
Il richiamo è forte, impietoso, per spogliare il simbolo per eccellenza: la croce, che per noi ha perso il suo significato originale, rendendogli così la sua forza originaria e cioè la redenzione dal male del mondo. Qui sta proprio la grandezza di Landolfi e del suo romanzo, “Le due zitelle”, da cui è tratto La scimia, al Teatro dell’Arte fino al 4 dicembre, nel dimostrare che il rito, vuota ripetizione di un Dio dimenticato, uccide la divinità stessa che vive in ognuno di noi, sopravvivendo, invece, nella scimia, metafora della natura che ogni cosa travolge con la sua folle libertà.

Emma Dante e i suoi attori sconvolgono ogni certezza in chi assiste, con una eccezionale recitazione fuori da ogni schema classico, creando e alternando momenti di puro avanspettacolo dell’assurdo e di straniante perversione attoriale. Le due zitelle, pregne di una sensualità corrotta, per quanto chiusa nella prigione dei corpi, sfogano il loro delirio mistico-hard sull’incorrotta: la scimia che vivendo di sé stessa è libera e pura e per questo deve morire, crocifissa appunto come il più puro che abbia camminato tra noi, il Dio Vivente, nostro signore Gesù.

Spettacolo tascabile, da portare come un Vangelo, da sfogliare nei momenti in cui il pensiero si ricordasse per caso la vera preghiera!
In questi tempi di nuove crociate moralizzatrici, di anatemi e scomuniche velate, credere nella scimia che vive in ognuno di noi non sarebbe poco, amen.

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