Il padre

Umberto Orsini, fuoriclasse da palcoscenico al Grassi fino al 28 gennaio, nel gelo e nelle nevrosi del teatro di Strindberg

IL PADRE - La scenografia minimalista di Maurizio Balò predilige le tinte forti e trasmette atmosfere nordiche. Sospensioni di ghiaccio del girotondo dei personaggi nevrotici del teatro di Auguste Strindberg, sempre pronti a spiazzarti quando si materializzano dal testo alla delicata trasposizione teatrale. Nei tre atti di questo equilibrato allestimento di Il padre, nel cartellone del Teatro Grassi fino al 28 gennaio, il regista Massimo Castri riporta a galla le controversie di un testo, che fece storcere il naso alla critica svedese di fine '800. Qui non si tratta soltanto di nevrosi, non è soltanto questione di capire se esista o meno una scorciatoia etica tra il così detto "sesso forte" e "gentil sesso", tra maschilismo radicale e rapacità di un gruppo di donne per ritagliarsi un ruolo.

SQUILIBRIO, FRAGILITA', DUBBIO - Se un ufficiale in carriera (Umberto Orsini) viene messo in crisi dalla dubbia paternità della figlia, la soluzione del rebus di questa crisi è aggrovigliata nello squilibrio e nella fragilità del sesso maschile, simbolo di un "imperialismo" assuefatto dell'Europa nordica del XIX secolo.  Strindberg scomoda due assilli tematici, che ricorreranno nella scrittura teatrale novecentesca: la pazzia e la questione religiosa. La stessa pazzia a cui ricorrerà Ciampa nel Berretto a sonagli di Pirandello, la stessa incertezza tra scelta etica o religiosa del teatro del suo connazionale Bergman, ancora più esplicita nell'opera cinematografica del regista svedese. Ennesima prova attoriale per Umberto Orsini, fuoriclasse della nostra prosa, accompagnato in scena da attori padroni di tecnica e trasmissione emotiva. Applausi meritati anche per Manuela Mandracchia, Gianna Giachetti, Alarico Salaroli, Roberto Valerio, Roberto Salemi e Corinne Castelli.

IL PUBBLICO - Gli spettatori seguono con attenzione e soddisfazione, lasciandoci un dubbio: perché i giovani in sala si contano sulle dita di una mano? Perché un testo così pregnante del teatro moderno fatica ad attirare le giovani platee? E' la solita questione di diseducazione al teatro, che penalizza in particolar modo l'Italia, o è il desiderio di vedere sul palcoscenico i soliti volti da tubo catodico? Resta il dubbio e l'amarezza, pensando a un giovane che non si è riappropiato di una dignità culturale, applaudendo campioni da palcoscenico come la compagnia diretta da Castri.  

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