Ciò che vide il maggiordomo

Bella prova di interpretazione e regia quella di Zuzzurro e Gaspare al teatro Manzoni

Negli anni sessanta in Inghilterra non c'era soltanto il fermento ribelle della beat-generation con Beatles e Rolling Stones in testa. C'era anche il vessillo di un'Inghilterra conformista e corrotta (pensiamo allo scandalo Profumo del 1963), che si nascondeva dietro le apparenze e l'ipocrisia dell'upper-class. Joe Orton (1933-1967), drammaturgo tagliente da uno spiccato senso di humor, con la sua breve produzione è riuscito a ritagliarsi uno spazio accogliente nella storia del teatro anglosassone.

L'esilarante commedia Ciò che vide il maggiordomo, in programma al teatro Manzoni fino all'8 gennaio 2006, è uno spettacolo di denuncia che contiene in un certo senso quella rabbia del filone teatrale degli arrabbiati (mi viene in mente subito Pinter, Osborne e compagni). Rispetto alle atmosfere assurde e rarefatte degli angry-men, questo testo di Orton si cala a pieno titolo nella realtà e precisamente nella "swinging London" degli anni sessanta, tra minigonne e voglia di trasgressione.

Andrea Brambilla e Antonio Formicola, meglio noti al grande pubblico come Zuzzurro e Gaspare, ci ripropongono questa perla del teatro contemporaneo, ambientata in uno studio di un noto psichiatra inglese che, per nascondere alla moglie il tentativo di sedurre la segretaria neo assunta, si trova imbrigliato in una sequenza di situazioni assurde. Chi meglio di un poliziotto incerto, un maldestro fattorino inglese, un ispettore sanitario visionario, una segretaria un po' tonta e due coniugi nevrotici possono ritrarre alla perfezione una polaroid delle contraddizioni della società inglese di quel periodo?

Il pubblico del Manzoni ride, applaude e riflette su temi che Orton - omossessuale dichiarato, per uno strano gioco del destino ucciso a martellate dal suo amante nel 1967 - ha mischiato: i giochi di alienazione, potere, omosessualità, violenza che, attraverso i doppi sensi e gli scambi di identità, si ricompongono all'ombra della follia, che dalla visione pirandelliana approda ad una sorta di insostenibile condizione dell'essere. Sì, proprio la follia è l'unica "way out" ovvero "la sola via d'uscita" per sfuggire dal malessere e dal bigotto perbenismo di una piccola società borghese.

Zuzzurro e Gaspare, padroni di tecnica e palcoscenico, danno una bella prova d'attore mentre la regia dello stesso Brambilla è vincente perché è piena di ritmo, equilibrata, senza mai cadere nella volgarità. Le scene di Enrico Dusi e i costumi di Pamela Aicardi contribuiscono a dare alla confezione scenica un'atmosfera da fumetto britannico della beat-generation mentre le musiche dei Beatles (in apertura c'è la voce di Lennon che canta Strawberry Fields!) ci ricordanno che certe canzoni frantumano i limiti del tempo. Applausi meritati anche per gli altri attori Orsetta De Rossi, Eleonora D'urso, Renato Marchetti e Matteo Micheli.          

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