Metti un pomeriggio all'Oberdan

Salvatores, Bellocchio, Ferrario e Diritti parlano faccia a faccia del cinema italiano oggi

Non capita tutti i giorni di avere quattro registi affermati seduti allo stesso tavolo a scambiarsi punti di vista sul loro mestiere e sul cinema. L'occasione è stata "premeditata" dalla Cineteca di Milano allo Spazio Oberdan lo scorso 2 febbraio, in una giornata piuttosto grigia e umidiccia: chiudersi all'Oberdan non è stato un sacrificio. La discussione non poteva che girare intorno al famigerato tema "crisi sì - crisi no" del cinema italiano, ma tanti sono stati gli argomenti toccati dai quattro cineasti. Il parere di Davide Ferrario, Gabriele Salvatores, Marco Bellocchio e Giorgio Diritti merita di essere conosciuto.

IDENTITA' E IMMAGINARIO - A prendere di petto la questione è Davide Ferrario: "Non credevo nella crisi del cinema, nè in termini di mezzi, nè di talenti, ma ora dico basta: io non ne posso più dell'amore! Cioè di tutte le pellicole uscite o in uscita che rappresentano in maniera ipocrita l'amore. Un altro cinema e un altro amore sono possibili. Il punto è riuscire a rappresentare la nostra società, che però si è creata una falsa identità di sè stessa, e allora che fare? E poi c'è anche un problema di immaginario comune. Penso a un film come "Cous cous": mi è piaciuto, ma poi mi sono chiesto se la stessa storia ambientata in Italia avrebbe mai interessato a qualcuno...".

NUOVI MEZZI - Marco Bellocchio sposta l'attenzione sulle nuove tecnologie e tira le somme: "Quel che si distingue oggi è la democratizzazione del fare cinema. Chiunque può fare un corto con un telefonino. Fare cinema era un mestiere pesante, per l'uso dei dolly, dei carrelli e così via. Oggi è diventato un lavoro più leggero. Alla fine però è sempre il regista che trasforma le immagini e resta la differenza tra immagini dense e piatte, immagini piene e vuote". Si allaccia al discorso Gabriele Salvatores: "Ho visto corti bellissimi girati col telefonini ed è vero che il web offre moltissime possibilità, però non aiuta il cinema inteso come momento di incontro e confronto".

NUOVE LEVE - I giovani vengono chiamati in appello e ognuno dice la sua. Bellocchio denuncia soprattutto la mancanza di reale voglia di lottare e si direbbe che Giorgio Diritti concordi. Il regista è l'autore del caso Il vento fa il suo giro, da mesi in programmazione al cinema Mexico di Milano e ricorda:"I ragazzi devono aver voglia di spaccare il mondo. Occorre avere coraggio e puntare all'autenticità delle storie". Invece Davide Ferrario, che conta un passato da distributore, dà un consiglio. "Bisogna creare un passaparola. Magari far uscire i film anche in due o tre copie e farle girare nelle sale d'essai e in quelle parrocchiali, creare l'occasione perchè la gente vada a vederlo."

L'ultima parola a Salvatores che trae le sue conclusioni: "L'anello debole della catena cinematografica è la distribuzione. Da una parte c'è la falsa libertà per cui chiunque può fare cinema, e poi la massima costrizione: non far vedere il tuo film a nessuno. I giovani registi non devono scoraggiarsi,  il nostro compito è di portare alla luce almeno una parte del movimento sotterraneo che a mio parere c'è nel territorio del cinema italiano".

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