Monotonix: una questione punk

Musica diretta allo stomaco e tante follie per il live del trio alla Casa 139

Entrando alla Casa 139 c'è troppo silenzio. La quiete prima della tempesta? Assolutamente sì. Già salendo le scale si vedono le prime teste, disposte a cerchio attorno alla batteria. L'essenziale strumentazione, quattro ampli Marshall e la sopracitata batteria, sono disposti ai piedi del palco. Chi conosce, almeno di nome, i Monotonix sa che durante il set del 2 marzo deve aspettarsi di tutto. Arriva Yonatan Gat, collega la sua chitarra, arpeggia innocente fino all'esplosione del distorsore. Il delirio comincia qui.

Una parte fondamentale della loro performance è il coinvolgimento con il pubblico. Suonare in mezzo alle persone, scontrarsi nel pogo, spostare la batteria ad ogni brano e collocarla nei punti più impensati della sala. Un concerto punk, uno vero, come se fossimo stati catapultati nel '73 quando Iggy & the Stooges suonavano la musica ritmata, urlata e crudele di Raw Power. Il cantante Ami Shalev con il suo torso nudo e i boxer colorati ricorda proprio l'Iguana, e sull'ultimo disco Not Yet (Drag City) la somiglianza vocale è impressionante. Musicalmente non si discostano molto dal modello del protopunk. Ti piace oppure no. Non esistono mezze misure. Tre esaltati che si muovono nella sala con il corredo di strumenti senza preoccuparsi della limpidezza del suono. L'unico dilemma sembra essere "il cavo della chitarra è abbastanza lungo?".

Un'oretta scarsa di esibizione in cui il trio israeliano (naturalizzato newyorkese), oltre a suonare, ne combina di ogni. Doccia di cocktail: ovvio. Birre lanciate sul pubblico: sì. Crowdsurfing: certo. Suonare il rullante sospeso sulla folla: fatto. Fare, letteralmente, couchsurfing sul divanetto del locale: ovviamente sì. Una spontaneità, condita di follia, che manca da queste parti. E servirebbe.

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