Lo charme di Norah Jones

La cantante newyorkese ammalia gli Arcimboldi con il suo stile

La serata del 18 settembre verrà ricordata da qualcuno per aver posto i milanesi amanti della muisca live davanti a una scelta manichea: da una parte, al Carroponte, il rock crudo e potente degli Afterhours; dall'altra, al Teatro degli Arcimboldi, le melodie sognanti di Norah Jones. Il pubblico del teatro, evidentemente, non deve averci pensato su due volte e ha riempito quasi tutte le poltrone, tra platea e gallerie, in omaggio alla reginetta del pop di qualità.

A dieci anni dal sorprendente esordio, l'enfant prodige newyorkese si esibisce con la classe di chi ha già una grande storia da raccontare, in quanto iniziatrice di una fortunata ondata di voci femminili a cavallo tra gli ammiccamenti del pop più orecchiabile, le finezze di partiture jazz, soul e country di un certo spessore e l'enfasi di un personalissimo stile vocale, prima ancora di Katie Melua, Amy Winehouse e Adele. Sul palco la figura di Norah sembra una sintesi del suo stile musicale: elegante ma sbarazzina, ironica e sensuale, nel suo vestitino giallo con "le scarpe italiane che ho indossato per voi", sotto una frangetta maliarda e la chitarra elettrica in braccio. Una botta di personalità, a pieno agio con i diversi tipi di sound che ripercorrono la sua carriera: dall'inizio dello spettacolo con i brani più minimalisti e introspettivi del nuovo Little Broken Heart, fino alla fine, con un'intera sessione unplugged, più calda e coinvolgente, votata all'anima più folk dei primi lavori. In mezzo, una versione solo piano e voce di ballate ormai d'antologia come Don't know why e Painter Song, per esaltare le melodie più nostalgiche con un timbro vocale flautato e irresistibile. All'uscita, tra signore ingioiellate e gente "di un certo livello", inaspettatamente si notano anche personaggi come Dente e Rachele dei Baustelle. Ma non c'erano gli Afterhours cinque minuti più in là?
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