Recensione concerto Lemonheads

Lemonheads, ritorno ai Nineties

Evan Dando sul palco del Bloom in occasione dei vent'anni di "It's A Shame About Ray"

Ridurre tutto ad un solo album? Sì, se raccoglie un così ampio spettro di emozioni. Il 18 maggio, sul palco del Bloom, i Lemonheads - nella figura di Evan Dando, unico superstite della formazione originale - sono riusciti a riceare l'atmosfera di quel disco che nel 1992 li aveva consacrati al grande pubblico. It's a shame about Ray mitigava l'irruenza del grunge, all'apice in quel periodo, con la sensibilità pop del gruppo. Accessibili perché così melodici, pericolosi perché svelavano in drammi quotidiani di una generazione. I testi raccontano con occhi disincantati il mondo delle relazioni, l'innamoramento improvviso, l'abbandono, le droghe.

Mille sfaccettature, gli alti e i bassi, raccolti in una tracklist equilibrata che viene fedelmente riproposta live dei Lemonheads. Il sound vitale di Rockin' Stroll si increspa su Rudderless e rallenta il passo con My drug buddy, risalendo poi con Turnpike down. La figura di Dando in bianco, immobile accanto al microfono, mentre suona la chitarra, racchiude una malinconia consapevole, come se le parole che sta cantando siano dipinte davanti ai suoi occhi. Il pubblico salta, si esalta e canta. I dati anagrafici e temporali scompaiono, esistono solo gli anni Novanta: abbiamo vent'anni e siamo "little more than a cameo / nothing traumatic when I go". In apertura il gruppo milanese Minnie's. Durante il set, la band ha dato prova di buona energia punk-pop, veloce e spensierata-ma-non-troppo.
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