Joe Bonamassa

La chitarra virtuosa dell'artista che omaggia le radici del rock

"Quando non sai cos'è, allora è jazz", dice il vecchio trombettista in Novecento di Baricco. Il blues, invece… il blues lo riconosci: è quella cosa meravigliosa che usciva dalle casse dell'Alcatraz, la sera del 28 febbraio, al concerto di Joe Bonamassa. Blues con la B maiuscola, inconfondibile, saggio, altero, senza tempo, con le rughe scavate nella pelle nera: è questa l'atmosfera che il virtuoso newyorkese ricrea sul palco, con un mix di stile e tecnica che lo ha già destinato all'olimpo dei guitar heroes del nostro tempo.

RIFF E VIRTUOSISMI - Il live di Bonamassa, l'ex enfant prodige che a dodici anni apriva i concerti di B.B. King, è un omaggio alle radici del rock, dal folk-blues malinconico del Mississipi all'hard rock di matrice britannica. Tra virtuosismi spericolati sulle sei corde e riff perfettamente incastonati nei controtempi delle sezioni ritmiche, si snoda il più bel sound vintage di monumenti come Stevie Ray Vaughan, Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple e altri mostri sacri continuamente omaggiati nei passaggi strumentali.

LA MAGIA DELLE CHITARRE - Archiviato l'incipit unplugged, brano dopo brano sfilano a decine, come in passerella, le chitarre di Bonamassa (si dice ne abbia più di 100): una parata di suoni brillanti, limpidi, mai troppo pesanti e magistralmente assemblati per estasiare le orecchie più sensibili. A ogni assolo, soprattutto nelle ballate come Midnight Blues, in tanti chiudono gli occhi e si godono un piacere estatico, quasi tangibile, epidermico: tra questi, anche un compiaciuto Carlo Verdone, appositamente arrivato da Roma, come del resto tanti altri fan da tutta Italia. Quasi due ore di live, con questa intensità, riempiono il cuore di buone vibrazioni: la sensazione di un ritorno a casa, tra quei suoni che hanno dettato per sempre la storia del rock.
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