Jean Luc Ponty

Il bambino prodigio non ha smesso di esplorare

Se dovessi spiegare a un extraterrestre dove sta il punto di svolta della musica jazz del XX secolo gli farei ascoltare quattro dischi. "My Favorite Things" di John Coltrane, "In a Silent Way" di Miles Davis, "Maiden Voyage" di Herbie Hancock e "King Kong" di Jean Luc Ponty.

Ponty è il meno conosciuto e il più sottovalutato tra i grandi innovatori della musica post Be Bop. Probabilmente perchè suona il violino. Uno strumento troppo collegato alla musica classica e che con il jazz e la fusion apparentemente non ci azzecca.  Jean Luc Ponty può suonare in una orchestra di musica classica, oppure con Frank Zappa o con Elton John.

Nato come violinista classico, vincitore a sedici anni del primo premio come violinista del Conservatorio di Parigi, affascinato dal fraseggio di John Coltrane abbandona la classica e passa al jazz. Prima come clarinettista e sassofonista e poi con il suo strumento: il violino. C'erano stati violinisti jazz prima di Ponty? Pochi, ma ce ne erano stati. Il più leggendario è stato Stephane Grappelli. Francese come Ponty. Poi il Be Bop aveva messo da parte i violinisti.

La musica era arrivata  così al 1969. Un anno di svolta. L'anno in cui Miles Davis registra "In a Silent Way". Un disco geniale, che si stacca completamente da tutta la musica registrata fino a quel momento. Nello stesso anno Ponty incide "King Kong". Musica di Frank Zappa. Niente a che vedere con il rock. Non un disco di jazz. Non un esperimento di fusion, poichè il termine fusion non era ancora stato inventato. Con Ponty collabora anche George Duke al piano elettrico. Un altro artista poco osannato che ha contribuito in modo determinante a plasmare il suono degli ultimi 50 anni.

Sul palco del Blue Note Ponty porta un gruppo multietnico. William Lecomte al piano, Thierry Ardino alla batteria, Taffa Cisse  alle percussioni e Guy Nsangue al basso. Ne esce un sound originale. Se si esclude una ballad di Monk, suonano tutta musica originale. Bravo Ponty che porta benissimo i suoi 40 anni e più di vita artistica. Ottima la parentesi lasciata ai due percussionisti che incantano il pubblico senza esagerare con gli effetti speciali. Eccellente il bassista che si esalta nel bis. Sempre a posto il pianista sia quando accompagna sia quando duetta con Ponty.

Un Ponty in ottima forma che, pur abitando a Los Angeles da più di trenta anni, è rimasto un po' freddino come se fosse ancora un violinista classico e non si fosse mai spostato da Parigi, ma con uno straordinario modo di pronunciare le note, non deludendo affatto. 

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