È passato troppo tempo da quando le nostre nonne stavano appiccicate con l'orecchio alla radiolina per ascoltare le sue canzoni. Nilla Pizzi, colei che a detta delle enciclopedie è la regina della Canzone Italiana, se n'è andata sabato scorso in punta di piedi all'età di 91 anni. Altra generazione musicale, lontana dall'effimera fanfara della discografia di oggi, entrava ed usciva dalla scena senza troppi clamori. Nilla Pizzi dalla scena non è mai uscita, neanche quando negli anni sessanta arrivarono gli spasimi yé-yé, tutti si fecero ammaliare dagli "urlatori", alla vigilia della grande rivoluzione dei cantautori che avrebbe spazzato via la canzonetta italiana del secondo dopoguerra.

VOLA COLOMBA - Le nostre nonne sognarono su quella vocina soave. I boati delle bombe non potevano sparire da un giorno all'altro, ma una canzone poteva raccontarci ancora la nostra Italia: provinciale e rurale come quella cantata in "Vola Colomba"; romantica e innamorata come quella di "L'edera"; impertinente e anti-censoria come quella di "Papaveri e papere", pronta a schiacciare sotto il tappeto della metafora la grande illusione dell'epoca fascista. Di quell'Italia ci resta tra le mani poco o nulla, perché anche il gossip allora si riduceva ad esemplare discrezione: il sentimento che la legò al maestro Angelini o quella passione di Gino Latilla per la stessa Pizzi, che stava finendo in tragedia da rotocalco a seguito di un suicidio.

REGINA DELLA CANZONE ITALIANA - Che oggi scivoli un drappo nero sul palco del Casinò di Sanremo, dove Nilla Pizzi fu incoronota in quel 1951 regina della canzone italiana, ai tempi in cui il Festival della Canzone Italiana concedeva anche alla figlia di un contadino e di una sartina di trasformarsi da "Cenerentola" in "Principessa", in una lunga favola musicale così duratura da lasciarsi alle spalle tutte le nefandezze. Milano la saluta con una pioggia primaverile che cade a terra senza far rumore, con la consapevolezza che il destino è davvero beffardo. Nilla Pizzi ci lascia a ridosso dell'attesa ricorrenza dei 150° anni dell'Unità d'Italia, proprio lei che è stata un'icona. Infatti, il suo misto di voce e tecnica, attraverso un canzoniere semplice, ha contribuito a far sentire questo nostra nazione unita, nella gioia e nel dolore del XX secolo. Che Milano le stenda un lungo tappeto rosso, Nostra Signora della Canzone Italiana, ma lei ci canti per l'ultima volta "Grazie dei fiori" perché le nuove generazioni imparino a riconoscere che quelle "son rose rosse e parlano d'amore".
Le rose sono appassite perché gli amori vanno e vengono, ma una sola resta intatta ed è quella che l'accompagnerà in questo ultimo viaggio: la rosa del suo pubblico, suo unico e vero amore, il cui applauso si spegne nei petali di un bouquet che da oggi non è più una canzone, ma semplicemente storia, la nostra.

© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati