Intervista

Intervista a Paolo Virzì

Il precariato? E' una cosa seria: quale mezzo migliore per raccontarlo se non la commedia?

Chi ha adorato Ovosodo, amerà anche Tutta la vita davanti, il nuovo film di Paolo Virzì. Al centro della pellicola questa volta però c'è una ragazza, la rossa Marta (l'attrice Isabella Ragonese), che come il protagonista di Ovosodo, rappresenta uno sguardo "altro" sul mondo. Sempre fuori luogo, un po' ingenua e un po' impacciata, Marta finisce dalle stelle della vita accademica alle stalle di quella professionale. Anche se usare la parola professionale, nel caso di Marta, sembra già una beffa. Sentiamo cosa ha da aggiungere il regista a questa commedia iperrealistica. 

Tutta la vita davanti è un ritratto dell'Italia di oggi, dove l'amarezza è accompagnata dal sorriso e il finale è rassicurante, che bilancio dobbiamo trarre?
"Ho raccontato i drammi di una vita senza la voglia di piangersi addosso. Anche quando uscì Ovosodo ci si chiedeva se fossi pessimista od ottimista". 

Torniamo sull'ultima scena? A qualcuno forse apparirà spiazzante...
"A me piace molto. Quattro donne, tre generazioni diverse e diversamente ferite che però trovano un momento di pace e consolazione intorno a un tavolo, in quel pranzo con pollo arrosto e patatine. L'idea era quella che forse il mondo può essere salvato da una solidarietà tra le persone. Poi, i messaggi di speranza li lascio dare al papa".

La protagonista del film, Marta, si trova ad avere a che fare con dei personaggi (quelli di Massimo Ghini, Sabrina Ferilli, Elio Germano) disperatamente gretti, quasi non sembrano realizzati sulla base di un romanzo autobiografico.
"Io e gli altri sceneggiatori ci siamo sentiti liberi di raccontare e inventare un mondo in maniera romanzesca. alcuni personaggi, alcune situazioni sono così pazzesche da far parlare di iperrealismo surrealistico. La realtà però è molto esagerata rispetto alla finzione. Non c'è bisogno di fare caricature, perchè ci sono cose nella vita che sono già abbastanza caricaturali di per sè".

Parliamo un po' invece delle tecniche che ha impiegato per realizzare Tutta la vita davanti, ha qualche chicca da svelare?
"Il direttore della fotografia è lo stesso di Paura e delirio a Las Vegas e mi ha aiutato a mostrare quartieri romani che sembrano piuttosto grandi centri commerciali di Zurigo. Abbiamo voluto creare una Roma non romana, stile Miami, ma in salsa "vorrei ma non posso". Ho usato macchine da presa da musical, grandangoli espressionistici per creare un cinema allegramente apocalittico".

La precarietà oggi fa venire poca voglia di ridere, eppure il suo film riesce a parlarne col sorriso, senza scadere nel banale.
"Mi prendo volentieri la "nomea" di autore di commedie, anche se sento un po' l'imbroglio dietro questa definizione. Spesso le storie più tristi sono mascherate da commedie. Mi sono chiesto se fare "la" commedia, come le facevano i nostri padri, sia ancora un valido mezzo per rappresentare il nostro mondo. L'Italia è cambiata e forse bisogna trovare un linguaggio nuovo, ma la cosa curiosa è che mi sono reso conto, a riprese finite, che la novità che andiamo cercando in realtà c'era già tanti anni fa. Pensiamo allo spirito tenbroso e cupo del Billy Wilder di Viale del tramonto o dell'Appartamento. Insomma c'è molto passato nel nostro futuro".

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