Un lavoro sui corpi, per arrivare all'anima. La sperimentazione artistica di Paola Mineo va in questa direzione, attraverso la ricerca sui calchi "umani" che conduce da qualche anno ormai. Touch Art, la chiama lei, e raccontarla non è semplice come può sembrare. Un po' scultura, un  po' performance, un po' fotografia: un assaggio di questa contaminazione è arrivata durante la Design Week, da Colordesigners, in uno dei suggestivi cortili in Alzaia Naviglio Grande. Qui l'artista ha realizzato uno dei suoi calchi, utilizzando come sempre garze mediche, acqua e gesso. Paola Mineo ci spiega l'origine di un'idea e la realizzazione del suo progetto artistico.

Cosa ti ha fatto investire tanto sui calchi umani?
"Sono architetto, il disegno e la pittura sono sempre stati una passione, il corpo umano mi ha sempre affascinato: dai libri di anatomia, la mia ricerca è diventata 'tridimensionale' con la pratica dei calchi. Il primo 'test' su mia nipote, un pomeriggio a Nizza. Quando le garze si sono seccate, ho guardato il risultato e ho visto solo una copia, un fac-simile, mi sembrava fosse finita lì. Poi, con il tempo e lo studio, i calchi hanno guadagnato posizione".

Perché, cosa è accaduto? Che cosa hai studiato?
"Anni dopo quel tentativo sono partita per Atene, per il progetto Erasmus. Cruciale è stato il lavoro sulla mia tesi, sul ritorno dei calchi in gesso dei marmi del Partenone al Museo della Città di Atene, a compensare l'assenza delle meraviglie di Fidia custodite dal 1816 al British Museum di Londra. Il piano del calchi in gesso era stato seguito da Antonio Canova per un'esposizione itinerante, sempre nell'Ottocento. La lettura di L'eco dei marmi che racconta queste vicende è a me molto cara".

In ogni caso, il calco per te ha un senso del tutto particolare.
"Ci sono diversi significati in realtà. Il contatto con il corpo dei modelli che si prestano alla performance - in realtà si tratta di miei amici, non modelli professionisti - crea un'intesa da cui emergono sensibilmente stati d'animo ed emozioni della persona con cui sto lavorando. Per questo chiamo la mia arte Touch Art e le mie sono sedute 'artistiche', in cui le persone che interagiscono – io e il mio modello – arrivano a capirsi attraverso il tocco. Sedute artistiche, perché si crea una situazione in cui si porta “fuori il dentro”: il calco diventa l'impronta della propria anima, oltre che del proprio corpo".

Quindi il momento del calco è un'esperienza anche per chi lo "subisce".
"Esatto. Io stesso ho provato l'esperienza su di me ed è straordinario poi confrontarsi con la propria cosa, vedersi da fuori, percependo anche l'interno del proprio corpo. È una situazione quasi psicanalitica, per questo mi piacerebbe coinvolgere specialisti i questo campo per la creazione del mio catalogo".

Ai "calchi-scultura" hai poi aggiunto la fotografia.
"Si, è un passo in più. Fotografo i miei modelli insieme ai loro calchi, lasciandoli però in negativo. Il risultato mette in evidenza il rapporto corpo – anima: i corpi dei modelli risultano bianchi, di un bianco marmoreo, come se fossero statue; il calco che si stacca dal loro corpo invece è scuro, nero, facile pensare all'anima insondabile, come se si stesse staccando del corpo stesso".

© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati