Intervista a Mike Ladd

Per "Aperitivo in concerto" un talento, sperimentazione e innovazione in un filo che lega New York e Parigi

Immaginate di essere a Central Park. Passeggiate e siete distratti dallo splendore dello Skyline. In lontananza sentite un gruppo di musicisti e cambiate direzione. Fate un passo indietro perché non siete a New York, ma al Teatro Manzoni di Milano e sul palco a stupirvi c’è Mike Ladd, accompagnato dalla tromba di Roy Campbell Jr., il flauto di Andrew Lamb, le tastiere di Vijay Iyer, e la batteria e voce di Guillermo E. Brown. Il concerto prenatalizio nel calendario dicembrino di Aperitivo in concerto è stato un sussulto di sperimentazione, in questa Milano frenetica assuefatta dai soliti concerti e cori natalizi. Un canto corale e musicale sulla scia della contaminazione tra hip hop, elettronica, jazz, dove la sperimentazione invoca talvolta la preghiera o il canto spiritual. Animatore dell’underground newyorkese, Mike Ladd è uno dei punti di riferimento della scena Hip hop mondiale. Lo incrociamo alla fine del concerto, mentre porta via gli strumenti.

Mike, da dove viene questa energia che spargi in ogni esibizione dal vivo?
"Dalle esperienze che ti porti dietro. Sono cresciuto Massachusetts, ma musicalmente parlando sono stato svezzato da i De la Soul, krs-One e i Last Poets. Mi sono alternato alla batteria punk e al basso, anche se la mia nuova direzione l’ho trovata nel mio primo album Easy Listening for Armageddon".

In questo concerto milanese c’è una coabitazione tra sperimentazione e innovazione. Quando succede?
"Succede quando hai un folto bagaglio di esperienze artistiche. Io, Roy, Andrei, Vijay e Guillermo veniamo da percorsi diversi, eppure la musica ci ha fatti incontrare. Si sperimenta sul palco, assieme, ma non improvvisando come a volte pensa il pubblico. C’è una preparazione alla base per far germogliare qualcosa di speciale sulla scena".

Che relazione c’è tra jazz, hip hop e musica elettronica?
"Tutto deriva da tutto. L’Hip hop è una costola del jazz ed è per questo che può riallacciarsi ad altri generi con facilità".

Tu sei un docente universitario e tra l’altro hai insegnato letterata inglese alla Boston University. Se avessimo professori come te in Italia, forse i nostri corsi universitari tornerebbero ad essere stimolanti. Come vivi questa altra faccia della tua vita?
"E’ un arricchimento, soprattutto quando ti trovi ad osservare i ragazzi da corsi diversi. E’ un confronto continuo, uno scambio pieno di spunti, che poi finisco per ritrovare nel mio lavoro".

Dal 2003 vivi a Parigi. Cosa pensi della musica europea?
"Non esisterebbe la musica americana se non ci fosse stata quella del Vecchio Continente. L’Europa ha tracciato molte direzioni, se pensi anche a quello che per voi significa la musica classica. E poi in Italia avete una lunga tradizione: cosa saremmo se non ci fosse stata l’Opera. Sono a pochi passi dal Teatro Alla Scala…"

Negli USA è cambiata la musica dopo lo scisma dell’11 Settembre?
"No, perché la musica continua a seguire il suo corso, la sua ispirazione, spesso indipendente dagli eventi circostanti".

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