Intervista a Max Ormea

Un concerto diventa meditazione, il suono della musica impallidisce davanti al suono del silenzio verso le contaminazioni

Musicista sanremese, ma lombardo di adozione, Max Ormea è il deus ex machina di un progetto musicale stimolante: l'Om Ensemble, che coinvolge sedici musicisti di diversa estrazione artistica. Influenzato da grandi maestri della musica suonata come Giorgio Cocilovo, Fabio Jegher, Loretta Martinez, Patrizia Conte e Augusto Martelli, Ormea ha dato una svolta al suo percorso, dopo l'incontro con la cultura indiana e il leader spirituale Sri Sri Ravi Shankar. Lo abbiamo incontrato, in occasione della performance milanese allo Yoga Festival.  

Max, come nasce l'Om Ensemble?
"
Ooommm, oltre ad essere il mantra per eccellenza, quello che rappresenta la legge immutabile dell'universo, il suono della creazione, è anche composto dalle mie iniziali... Ci ho sempre visto qualcosa di karmico... Per questo mi è sembrato un nome perfetto. Musicalmente la formazione non è altro che il tentativo di ricreare praticamente ciò che l'OM rappresenta: armonia nella diverità. Culture diverse si uniscono armoniosamente, quella classica del quartetto d'archi, quella jazz e quella etnico indiana rappresentata da sitar, tabla, bouzouki e tambora. Ma questa unione armoniosa deve avvenire anche col pubblico. Non vogliamo solo degli ascoltatori, ma il nostro intento è dare una esperienza del suono e dell'unione che crea suonare e cantare insieme. Questo è Yoga, dal sanscrito Yug = unire!".

Chi sono i vostri punti di riferimento, musicalmente parlando?
"Penso che ognuno di noi abbia i propri. Chiunque faccia musica con l'intento di creare il silenzio nella mente è un nostro punto di riferimento. Oggi in generale la finalità della musica è quella di procurare forti emozioni. Ma se ci pensi... quanta musica puoi ascoltare? Per quante ore? Qualsiasi emozione, anche la più bella e intensa, dopo un po' ti stanca. Il giochino funziona così... Se ascolti della musica dopo che sei stato in silenzio te la godrai di più. La stessa musica ascoltata dopo aver sentito ore di musica non ti procura lo steso beneficio. Quindi musica e silenzio vanno insieme. Dal silenzio alla musica, dalla musica al silenzio. Tutti i musicisti indiani hanno questa concezione della musica. Loro sono i nostri punti di riferimento. Noi vorremmo far sperimentare a chi ci ascolta questo tipo di appagamento".

Voi spaziate dal jazz al folk con disinvoltura, per non parlare delle varie contaminazioni musicali che vi riguardano. Perché vi muovete in questa direzione?
"La musica può essere un bell'esempio di come sia possibile creare condivisione con culture diverse. Se poi la musica è spirituale ancora meglio. Se ci pensi in un mondo globalizzato condividiamo di tutto, mangiamo tutti le stesse cose, ci vestiamo nello stesso modo, guardiamo gli stessi programmi in tv. Quando si parla di saggezza sembra che nessuno voglia condividerla. Vorremmo che questa unione avvenga sul palco mentre ciascuno di noi esprime, musicalmente, se stesso e la sua cultura di provenienza.

Cosa mi dici di questo concerto-meditazione che state portando in giro...
"In realtà non abbiamo inventato nulla. Si tratta di una modalità che in India è antichissima. Si chiama Satsang, stare seduti insieme nella conoscenza, ma di fatto si adatta benissimo a molti bisogni di adesso, seguire la musica verso l'interno, ascoltare se stessi, stare nel momento presente. Quindi essere felici! Quando sei felice ti senti una grande espansione e non hai pensieri. Funziona anche il contrario. Se scopri il modo di non aver pensieri, ti ritroverai nel momento presente. La musica può fare questo... A febbraio in India lo abbiamo fatto davanti a 3 milioni di persone nell'aeroporto di Bangalore... Fantastico!"

Che rapporti hai con internet e come pensi la rete possa essere sempre uno spazio adeguato per promuoversi fuori dallo star system?
"
Mi sto informatizzando perché la rete è yogica, unisce tutti. Mi piace molto come concetto. Lo voglio approfondire...

Progetti in cantiere?
"Un lungo periodo in India per registrare dei satsang dal vivo. E magari un nuovo disco? Il precedente Jazzy bhajan rappresenta il mio stupore di fronte a questo mondo. Adesso vorrei dire qualcosa... Ne vorrei fare uno ancora più indiano". 

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