Intervista

Intervista a Mauro Corona

"Cani, camosci, cuculi (e un corvo)" contro lo snaturarsi dell'intelletto, per i giovani e anche i "piccoli" cuori

Calato dalle montagne, irto, barbuto, curvo sulla sedia. Se gli elementi a disposizione fossero solo questi si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un lanzichenecco di manzoniana memoria. Però poi sbuffa, leva il volto che si apre in un  sorriso gioviale e si riconoscono i tratti familiari di Mauro Corona, venuto a Milano a presentare il suo ultimo libro Cani, camosci, cuculi (e un corvo). Poco dietro spuntano i suoi sgherri, un'altra sorpresa: non imbracciano archibugi ma viole, violini e mandolini. E sì, perché Corona, ha ben pensato di far diventare la presentazione una festa e di farsi accompagnare da una band di folk friulano guidata da Gigi Maieron. "Tanto paga Mondadori – ride – e se poi la presentazione non vi è piaciuta vi rimborso il biglietto, che lo so che è gratis."

Innanzitutto benvenuto a Milano...
"E sì, questa volta siamo scesi un bel po', non siamo mica a Erto o a Cividale, questa volta siamo a Milano, ce la giochiamo davvero la faccia. Anzi ho paura che siamo venuti a Milano e qui ci condanneremo." Guarda la bottiglia di vino di fronte a lui e dice "Beh facciamo così, per evitare di esagerare, questa è la mia clessidra, quando è finita vado via."

Ci presenti i suoi compagni di viaggio.
"Sono Gigi Maieron e la sua band, ci conosciamo da un po' di tempo. Sono bravi, anche se bevono poco. Adesso sono andati a bere acqua e mi hanno lasciato qua, solo, come lo spaventapasseri del terzo millennio.  Adesso li mandiamo a Sanremo – ride ancora - così si rovinano."

Allora ci dica come nasce Cani, camosci, cuculi (e un corvo).
"Mah, per me la letteratura è una roba semplice. Non sono certo tipo che può scrivere cose tipo "il rumore assordante di un'assenza" e allo stesso modo per me una tempesta è una tempesta e non un enorme incontro di masse astrali. Insomma mi piace essere diretto come riescono ad esserlo loro nelle loro musiche (accennando a Maieron), ecco. Ma di letteratura vorrei parlare dopo..."

Cosa c'è che non va nella letteratura?
"Si è adeguata, è diventata commercio. Anche per chi compie un lavoro intellettuale oggi c'è bisogno di diventare prodotto per vendere, di modificarsi, si snaturarsi. Lo dico perché l'ho fatto anch'io. Invece bisognerebbe fare come Eco, che quando si è accorto che tutti lo riconoscevano si è tagliato la barba, perchè in quel momento era il modo migliore per lui di snaturarsi il meno possibile.!

Di cosa ci vuole parlare allora?
"Dei nostri giovani, delle cose che non si dicono mai su di loro. Ad esempio del fatto che l'alcool è il loro vero problema ora, ancora più delle droghe, perché tutti tacciono e nessuno è educato su come consumarlo. Lo so che io nella mia vita ho bevuto una petroliera di vino, però in maniera disciplinata. Ecco, voi qui ad esempio avete lo stadio di San Siro, potremmo farlo diventare una grande osteria, dove si beve tutti insieme, come piace a me disciplinatamente. Perché un bicchiere di Cabernet rimane meglio di una pastiglia di ecstasy."

Come va invece a Erto?
"Male. E nessuno fa nulla. Eppure come diceva lo scrittore francese Jean Giono una buona politica dovrebbe essere presente anche là dove il battito del cuore si fa più debole. Questo in Italia non succede e così le comunità decentralizzate si perdono. Tuttavia lì nei boschi sto bene.”"

L'ultima frase prima d'accorgerci che la bottiglia è finita...
© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati
  • ARGOMENTI