Intervista

Intervista a Matteo Rubbi

Il giovane artista bergamasco racconta dove nascono performance ed opere dettate da una sensibilità panica

Matteo Rubbi dopo la formazione in Brera, modella un percorso umano ed artistico che matura nella lunga collaborazione con Isola Art Center e le più disparate realtà artistiche italiane. In questo discreto peregrinare nascono momenti di sensibilità selvaggia e struggente che vanno dalla proiezione della frase ti amo che esplode sotto ai nostri occhi, alla fatica accettabile di un uomo di reggere un muro. La percezione artistica di Matteo è superata da un’intelligenza di grazia e realtà che commuove.


Nei tuoi lavori siano performance, video o fotografie, metti in scena angoli di mondo comuni e li rendi mitologici. Come riesci a rendere il paradosso di senso comune e la tua visione sensibile del mondo e come ti rapporti al pubblico?
“Io non creo nulla, per esempio la magnolia di fronte a casa mia è un oggetto in sé conosciuto da tutti. Ma se io attribuisco alla pianta il simbolo di testimone del mio primo bacio allora diventa altro da sé. L’opera d’arte deve essere un fatto condiviso, si rivolge allo spettatore. La stessa Primavera del Botticelli narra una scuola platonica ben conosciuta dal pubblico fiorentino dell’epoca. L’opera è un fatto di sentire lo spirito di un tempo, un desiderio forte. Non so da dove provenga l’opera, è il sintomo, quando è terminata ti appartiene ma diviene estranea, sono ignorante circa il mio lavoro,la mia lettura fa parte dell’opera stessa, preferibilmente negli occhi di chi la vede.”

Tu ami molto l’Opera, cerchi e riesci a riprodurne la complessa struttura anche nelle tue opere apparentemente immediate e spontanee?
”Nel mio ultimo lavoro lo sforzo di reggere un muro ha una drammaticità teatrale, l’Opera del primo ‘800 vive nella struttura a triangolo dove vi sono tenore e soprano, voci alte, che si amano e il baritono, voce bassa, che si oppone ai due amanti. Il baritono è l’artista, senza di lui non vi sarebbe drammaticità e quindi opera, lui è l’oggetto nervoso.”

In La terra è un astro un breve filmato fa esplodere la scritta ti amo, d'intensità rara. Nella collezione di Falsch! dove vi è la serie di castelli di Neuschweinstein il kitch apparente diventa un sogno conosciuto. Come nascono?
”Non lo so perché sia così forte, prima nel testo di La terra è un astro avrei dovuto inserire estratti poetici, poi mi sono reso conto che l’unica cosa che avrei potuto dire era Ti amo, e basta. Forse era l’unica cosa che contenesse più o meno tutto. Per Falsch! oltre alla condivisione di un immaginario da sogno quale il castello a metà fra fiabesco e sublime di Neuschweinstein c’era il kitch punto d’origine, ma poi vi era la condivisione del mezzo che mi ha permesso di creare la collezione, cioè internet la cosa più condivisa ad oggi.”

Cos'è il panorama italiano dell'arte ad oggi, e come ti appracci tu nella relazione realtà-opera d'arte?
"Premesso che non sono stato fuori credo che il panorama italiano sia confuso. Per esempio a Milano ci sono tante energie spese male, vi sono luoghi che dovrebbero lavorare molto bene ma non sempre c'è spazio sufficiente e certi talenti vengono soffocati. La situazione si nota di più a Milano perchè Milano squilla. L'arte corre dietro alla realtà perchè non sa starle dietro, l'arte non è nulla di perfetto, chi si relaziona con essa ne fa scattare la condivisione, ed ecco che arriva l'incanto."

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