"Non poteva esserci anteprima se non qui, a due passi da dove tutto ebbe inizio". Così Marco Tullio Giordana esordisce durante la presentazione di Romanzo di una strage, il primo film che racconta la tragedia di Piazza Fontana. Oltre due ore di pellicola per spiegare un dramma che ha diviso il nostro Paese. Un film necessario e coraggioso che apre una porta culturale su un'epoca non lontana, che ancora oggi fa paura. La pellicola esce in sala il 30 marzo, ma già fioccano le polemiche: "La storia si mangia il film" si dice in questi casi. Eppure non si può risparmiare un nota di merito all'eccezionale cast di attori e attrici, da Valerio Mastandrea (il Commissario Calabresi) a Pierfrancesco Favino (l'anarchico Pinelli), da Michela Cescon (la vedova Pinelli) a Fabrizio Gifuni (Aldo Moro).

Alcuni giornali hanno criticato la ricostruzione dei fatti, che avvalora la teoria della "doppia bomba". Come risponde?
"Io non sposo nessuna tesi, al massimo le illustro, prendendole un po' dappertutto. Gli eventi narrati si chiudono tra due parentesi nette: la morte del poliziotto Antonio Annarumma e quella di Luigi Calabresi. Chiaro che avrei potuto includere molto altro o approfondire un aspetto, un evento, un personaggio: si potrebbero fare 200 film su Piazza Fontana o su Valpreda o sul giornalista Nozza, ma non era mia intenzione".

Che obiettivo si era fissato?

"Ho voluto fare un film di sintesi, che non butti benzina sul fuoco. Ho abbandonato ogni ambiguità nel raccontare questa storia già piena di ombre e infrangere le idee consolidate. Romanzo di una strage è rivolto soprattutto ai ragazzi: talvolta i registi devono dimenticarsi della loro età, della loro generazione e assolvere quella funzione di trasmissione del sapere che è tipica dei padri".

Qual è il messaggio rivolto ai giovani?
"Il 12 dicembre del 1969 per la prima volta si è infranto il patto di fiducia tra i cittadini e lo Stato: un po' come se un figlio avesse scoperto il padre barare mentre giocavano insieme. Mi sembra importante dire ai ragazzi che c'è stato un tempo in cui le cose andavano diversamente e soprattutto che è ancora possibile credere nelle istituzioni democratiche".

Parliamo dei due personaggi-simbolo: Calabresi e Pinelli.
"Mi sono allontanato da certi pregiudizi e ho rappresentato in maniera delicata il rapporto tra i due. Non si può dire ci fosse amicizia ma stima sì e, azzardo anche sulla base della testimonianza delle vedove, anche una certa simpatia reciproca".

Pierfrancesco Favino: "Io e Michela Cescon (Licia Pinelli) abbiamo incontrato la vedova dell'anarchico dopo aver letto le interviste e le testimonianze che ha rilasciato questa donna straordinaria. Mi ha sorpreso l'odore di quella casa, la grande dignità che sapeva comunicare. Siamo rimasti davvero toccati da questo incontro, che ha ulteriormente impreziosito la nostra partecipazione al film".

Giordana, lei è nato a Milano: come è stato ripercorrere questo drammatico capitolo della sua storia?
"Ho lasciato Milano negli anni Settanta per andare a studiare cinema. Girare qui è stata l'occasione per ritrovare una città che credevo perduta: mi sono sentito parte del paesaggio, con i suoi tram, i suoi cieli, le sue passeggiate. Durante le riprese in esterno la gente si avvicinava per chiedere cosa stessimo facendo. Quando spiegavo che si trattava di un film su Piazza Fontana, sembrava che le persone facessero il tifo per noi. Questa città sta ritrovando le sue radici, fatte di interesse e di curiosità".

Alla presentazione ha partecipato anche Paolo Silva, vicepresidente dell'Associazione Familiari delle Vittime di Piazza Fontana, che ha raccontato il dramma di quel giorno in cui suo padre fu ucciso. Silva è un uomo posato che ha trascorso quarantatré anni in attesa di giustizia e che ora chiede: "Non dimenticateci. Non dimenticate che un Paese senza memoria è un Paese che non va da nessuna parte".
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