Intervista a Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo

La coppia di mattatori è al cinema con "È nata una star?", dall'omonimo romanzo di Nick Hornby

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Probabilmente è il sogno di ogni adolescente: recitare in un film porno perché dotati del cosiddetto physique du rôle. È quello che succede a Marco, tipico diciottenne torinese interpretato da Pietro Castellitto (figlio di Sergio e di Margareth Mazzantini) nella commedia brillante È nata una star? di Lucio Pellegrini. Il film è tratto dal romanzo omonimo dell'inglese Nick Hornby (Guanda editore, Euro 9) e racconta di questo ragazzo dalle doti eccezionali che, un po' per caso e un po' per scherzo, mette a frutto il suo talento nascosto in un video amatoriale. E se ne facesse una professione? E se lo scoprissero gli ignari genitori? Mamma Luciana Littizzetto e papà Rocco Papaleo cercano una risposta a queste domande, mentre il loro (fu) figlioletto si bea della sua condizione. È nata una star? diverte con gag e battute a doppio senso, ma sempre al di qua del territorio della volgarità.



Quali sono le novità rispetto al romanzo di Hornby?

Luciana Littizzetto: "Il personaggio di Rocco ha più spazio di quanto non ne abbia nel libro. È una differenza voluta: il film si regge sulla diversità della reazione dei genitori alla notizia di avere un figlio superdotato. Lucia, il mio personaggio, tenta di sapere e capire per dare un senso a quello che sta accadendo, cercando sempre il sostegno di suo marito".
 
E il padre di Marco?

Rocco Papaleo: "Fausto è più sanguigno, si arrabbia, all'inizio non vuol nemmeno vedere il film di suo figlio. Finisce per farne una questione di dimensioni, convinto che l''enorme talento' del ragazzo sia ereditario. Peccato che Fausto quel dono non ce l’'ha...In ogni caso, quel che accade nel film farà riavvicinare Fausto e Lucia".
 
Luciana, credi di avere dei punti in comune con il personaggio che interpreti?
L.L.: "Nel film Lucia cresce: avere un figlio superdotato e attore porno all'inizio è un problema. Ma poi dice a se stessa che i giorni più infelici che ha vissuto sono stati altri, che forse nella vita non tutto ha un senso ma ha un verso. Marco ha un talento e vuole usarlo: da madre penso che sia giusto che i figli trovino un motivo che li spinga verso un progetto. Spero che i miei figli facciano quello in cui credono, spero che si sentano sempre vivi".
 
Rocco, cosa ti ha regalato il personaggio di Fausto?
R.P.: "Ho un figlio di tredici anni, qualche giorno fa mi ha fatto ascoltare un rap sull'amicizia: era così emozionato che aveva gli occhi lucidi. A dispetto di quello che si dice sulle nuove generazioni, credo che siano meglio di come le dipingono, che abbiano dei valori e che capiscano l'importanza delle relazioni e della vita in comune. La nostra generazione deve mettere una lente su ciò che conta davvero, sull'importanza di usare il talento per trovare un ruolo nella società. Questo film in fondo parla anche di questo, con un escamotage decisamente bizzarro".
 
Certo è che sarà proprio questo 'escamotage' a far parlare del film…
R.P.: "Sì, ma bisogna andare oltre. Un film di due ore non può basarsi interamente su quello. Credo che di questi tempi anche i giornalisti debbano assumersi la responsabilità di comunicare notizie importanti, senza andare appresso alla farfallina di Bèlen a Sanremo o ad altre cazzate del genere. Credo che il vento stia cambiando: mi fa piacere che i giornali siano tornati a parlare di contenuti importanti: un'abitudine che negli ultimi si era decisamente persa".



Parliamo ancora del film: dove sono stati girati gli esterni? La famiglia di Marco vive in un quartiere delizioso, quasi fuori dal tempo.
L.L.: "La casa del protagonista si trova a Collegno, nell'hinterland torinese, al Villaggio Leumann. È una zona residenziale creata nell’Ottocento da un industriale svizzero illuminato per ospitare gli operai delle sue fabbriche. Si tratta di un nucleo di villette di un'elegante semplicità, eppure ancora oggi sono case popolari. È un esperimento urbanistico felicemente riuscito".
 
Questa commedia evade dagli stereotipi della commedia italiana. Niente corna, niente triangoli. È davvero così difficile proporre un prodotto fresco e ben confezionato?
L.L.: "Spesso i registi si improvvisano sceneggiatori e viceversa: non tutti sono bravi a fare tutto. Io sento la mancanza di autori al 100%, che scrivono film perché ne hanno bisogno. Dico sempre che raccontare una storia è come fare la pipì: devi avvertirne proprio l'urgenza".
 
R.P.: "Il fatto è che la produzione cinematografica è sempre più 'in serie'. Il mercato promuove un'idea e i produttori la sfruttano fino allo sfinimento con film ripetitivi, pieni di luoghi comuni. Gli ultimi anni ci hanno portato però dei piccoli e preziosi titoli, che nascono da un'idea vera, genuina. Penso a 'Figli delle stelle', per esempio, proprio di Lucio Pellegrini o al mio prossimo film da regista, che sarà molto meridionale. Un cameo per la Littizzetto magari posso trovarlo...".

Al cinema dal 23 marzo.
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