Intervista a Ivano Fossati

Un nuovo disco e un libro per festeggiare i 40 anni di carriera del cantautore genovese

Ivano Fossati non ama i clamori. La sua riservatezza sa trovare il momento giusto per dialogare con il pubblico. Lo ha fatto alla Feltrinelli di piazza Piemonte, in tarda serata. Il pretesto era doppio: l’uscita di un nuovo album, Decadancing, e del libro edito da Rizzoli Tutto questo futuro – Storie di musica, parole e immagini, scritto a quattro mani con Renato Tortarolo.
Ci siamo intromessi tra il pubblico entusiasta, per fargli qualche avance, dopo il chiacchiericcio sull’intenzione di ritirarsi dalla scena.

Fossati, qualche mio collega ha titolato “Notizia choc” l’intenzione di chiudere il tuo percorso con questo album e il prossimo tour…
“Quando il mio ufficio stampa mi ha menzionato il titolo a cui fai riferimento, mi sono voluto accertare come fosse scritto: schock o nella maniera in cui tutti lo avete letto (sorride)”.

Le tue canzoni sono anche molto visive, le storie che racconti sfilano con discrezione nella direzione del nostro sguardo. La copertina di Decadancing richiama questa filosofia?
“Si tratta di una strada in picchiata su un’isola greca. Mi sono innamorato di questa fotografia tanto tempo fa e l’ho tenuta in disparte nell’angolo di in un cassetto. Poi mi sono detto: adesso è arrivato il momento di tirarla fuori. Il brano Nella terra del vento è nato proprio soffermandomi su questo scatto, che mi trasmette il senso di una via di fuga”.

Questo può essere davvero un “album di belle speranze”, nonostante il verso “la speranza che non ha speranza” non è dell’umore giusto?
“La speranza cammina a braccetto con l’ironia. E poi diciamoci le cose come stanno. Qualcuno mi ha rimproverato di avere una visione troppo pessimista. Alzi la mano, chi non ne  ha in questo momento difficile per il nostro Paese.”

Spesso nel tuo canzoniere ci sono treni che vanno e vengono. Questa volta c’è brutto tempo ovunque: pioggia e vento. Perché?
“Beh, accade se cominci a scrivere canzoni in un’atmosfera cupa. Eravamo in una delle case appartenute a David Gilmour e sembrava di essere finiti  in una location del film di Harry Potter. Del resto gli inglesi il bel tempo non lo hanno mai visto, se non di rado”.

Quale può essere un segno di riconoscimento costante in questi 40 anni di musica?
“Mettere sempre l’ascoltatore nelle condizioni di riconoscere i vari strumenti musicali. E’ un mio gusto, che ho mantenuto anche quando si andava controtendenza e gli strumenti si confondevano a tal punto da non capire chi stesse dietro ad un basso o alla batteria."

"Tutto Questo futuro" non è il solito libro auto celebrativo. Un diario personale?
“E’ semplicemente un atto d’amore verso la musica. Mi hanno comunicato che il mio repertorio ha superato 460 brani, inclusi quelli scritti per cinema e teatro. Volevo che non si sentisse l'ingombro del passato con la solita nostalgia. Devo ammattere che il contributo di Tortarolo è stato impeccabile. I miei quarant’anni di musica li ritrovo attraverso gli album che mi hanno influenzato e tutti gli strumenti, irrinunciabili compagni di viaggio”.

E di questo tour cosa ci dici?
“Ho voglia di divertirmi, di stare bene, in una bella atmosfera con il pubblico e i miei musicisti. A Milano saremo il 9 novembre al teatro degli Arcimboldi”.

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