Intervista

Intervista a Il Teatro degli Orrori

Un gruppo cerca di risvegliare le nostre coscienze sopite con la musica. Abbiamo chiaccherato con Pierpaolo, voce della band

Quattro figure spettrali salgono sul palco e si impossessano degli strumenti. Il concerto inizia con un urlo primordiale, e una sfida: Vita mia a noi due. La musica travolge lo spettatore impreparato e le parole lo feriscono come colpi di frusta, inferti dal microfono di Pierpaolo Capovilla, cerimoniere de Il Teatro degli Orrori. Abbiamo chiaccherato a lungo con lui su questo nuovo progetto che tanto ha colpito i frequentatori della scena alternativa italiana.

Il Teatro degli Orrori è un nome impegnativo. Come siete arrivati a questa scelta?
"Il nome si rifà al teatro della crudeltà di Antonin Artaud, che aveva come obiettivo inscenare la vita vera, fuggendo dalla dittatura del testo scritto e terrorizzando, se necessario, il pubblico, rendendolo partecipe all'azione. La nostra è un'ambizione, un voler fare qualcosa che si ispiri a questi principi"

La provocazione è alla base del vostro modo di fare musica, dai testi al vostro approccio col pubblico durante i concerti…
"Sul palco siamo semplicemente noi stessi, è uno spettacolo e non ce ne frega molto di chi abbiamo davanti. Il termine provocazione però non è corretto, noi attraverso la musica stimoliamo le persone, le offendiamo per riportarle alla realtà"

Credi che il pubblico sia pronto a comprendere questo voler risvegliare le persone dalla finzione?
"Il rapporto col pubblico deve essere stretto, ogni persona coinvolta, come è successo all'Iroko di Salerno. Chi viene ai nostri concerti è cosciente di ascoltare un certo tipo di musica con un determinato obiettivo. Non facciamo, e non vogliamo fare, musica per tutti"

Il vostro album, Dell'Impero delle Tenebre, ha una forte personalità letteraria. Ad esempio E lei venne! è la riscrittura di Le Vin de l'assassin di Baudelarie. Cercate di sfatare il mito del rocker "ignorante", che scrive i testi d'istinto?
"Il rock è un fenomeno che viene dal basso, ma siamo a un punto in cui questo modo di fare musica è finito. Provo una certa alterità verso i suoi cliché, noi mettiamo un pizzico d'impegno sociale  e questo rende più interessante la canzone. Band che a livello performativo sono più brave, ma non hanno contenuto poetico, sono meno interessanti di altre meno preparate musicalmente ma che hanno qualcosa da dire"

E' tutto ok, hai visto, sei in televisione (da Carrarmatorock!). Credi che la televisione occupi una posizione così importante nella nostra società?
"E' una frase sempre più vera. La tv ha un ruolo abnorme, soprattutto perché le giovani generazioni si rispecchiano nella finzione che propone. Bisogna spegnere la televisione, anzi meglio spaccarla, e accendere il cervello"

E cosa ne pensi di Internet?
"Il web è una straordinaria opportunità di democrazia e innovazione. Consente di informare e informarti, inoltre la gratuità, il peer to peer, ti permette di usufruire della cultura intera. È anche una sorta di autodifesa, visto che il nostro potere d'acquisto è sempre minore"

Quindi il progetto dei Radiohead per In Rainbows lo trovi congruo con i tempi?
"È un progetto meraviglioso e incontra il mio favore. Magari anche noi riusciremo a seguire il loro esempio, l'importante è che la musica circoli. Chi fa musica seria non si aspetta di vendere più di 5-10mila copie. Si guadagna con il tour"

A questo punto è d'obbligo chiederti, vinile o mp3?
"Il vinile è il metodo migliore per registrare la musica. Per un certo periodo ho collezionato vinili, ma adesso scarico, tanto è gratis!"

Avete in programma di registrare un nuovo album o questo sarà un atto unico?
"Vogliamo fare un altro disco però manca il tempo. Speriamo di pubblicare qualcosa entro fine 2008, inizio 2009"

Testi schietti, ricchi di citazioni letterarie, ma sempre ben radicati nella cupa realtà. Morte, amore, sconfitta, il buio circonda le nostre vite non più libere, anche se la speranza affiora, così come i sogni di democrazia di Compagna Teresa.
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