Intervista a Goran Bregovic

Il musicista bosniaco si racconta in un nuovo album, tutto "alcol" e "folk"

La mia traversata dei Balcani la scorsa estate mi ha visto esplorare diversi territori musicali. A Sarajevo ho pensato spesso a Goran Bregovic, soprattutto quando a tutte le ore mangiavo il cevapi, quel piatto di carne a cui il musicista bosniaco non sa dire di no. Nel mio tragitto che mi ha portato dalla Bosnia alla Serbia, avevo già ascoltato Alkohol. Sljivovica & Champagne, il nuovo album che Bregovic ha presentato la scorsa settimana dal vivo a Milano. Un album fatto di piccole storie, dove la contaminazione del suono fa da sfondo al racconto del musicante, giocherellando tra il rakija (in serbo sljivovica), il brandy balcanico, e lo champagne.

Goran
, lei si fa portabandiera dell'alcol, facendolo diventare un manifesto musicale. Non le sembra troppo?
"Nella nostra cultura qualche sorso di rakija non è affatto un eccesso, perché la musica si crea e si suona sempre in compagnia del bere. Lei lo sa che per contratto chiedo di avere sempre del whisky nei concerti? A me non piace lo champagne, nella nostra cultura è roba da ricchi sbruffoni! E poi gli italiani lo sanno bene che il nostro alcol non è forte come il vostro (ride)".

Scherzi a parte, come è nato questo progetto musicale?
"Fa bene a definirlo un progetto, nel senso che ci sarà una seconda parte. Questa prima è un omaggio alla sljivovica, la nostra acquavite nazionale, attraverso un diario musicale in cui l'alcol è il filo conduttore, ma soprattutto dove è l'improvvisazione a gestire i racconti. C'è una canzone che fa persino riferimento ad una donna serba che lascia il marito croato perché beveva troppo. Quella donna era mia madre".

Cosa ricorda dell'esperienza con i Bijelo Dugme, la rock band icona della ex Jugoslavia?
"Ci siamo divertiti ed io ero diventato un divo del rock. La nostra musica non aveva niente a che vedere né con quella vostra degli anni '70 né con quella d'oltreoceano. Eravamo una band provinciale, ma con il merito di essere riusciti a contrastare il regime. La musica era una grande arma e noi lo avevamo capito già a quel tempo".

Come è passato dal rock da sei milioni di dischi venduti al folk tradizionale?
"Per necessità. Se non fosse scoppiata la guerra, a quest'ora sarei un divo del rock in pensione. Avevo messo da parte i miei soldi, la mia casetta... Se sono qui, si vede che le cose sono andate in un altro verso".

E la musica per il cinema?
"Quella sì, è importante. Io non ci credo molto nel musicista che fa solo colonne sonore. Bella musica, ma se il film affonda nessuno si ricorda più dei tuoi pezzi".

Pensa che la vita sia stata generosa con Goran Bregovic?
"Sì, e me ne rendo conto ogni sera che salgo sul palco. Vedo tutta quella gente che è venuta ad ascoltarmi, magari rinunciando ad un momento di vita privata o ad una partita di calcio in tv. La vita è davvero troppo breve e possono sfuggirci di mano le tante possibilità che abbiamo. Ne possiamo afferrare solamente una. E lì che ci giochiamo il tutto". 

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