Intervista a Giuliana Sgrena

Una giornalista che non ha paura di dire tutto, anche se a caro prezzo

Giuliana Sgrena è stata rapita il 4 febbraio 2005 dall'Organizzazione della Jihad islamica mentre si trovava a Baghdad in Iraq per realizzare una serie di reportage per il Manifesto, è stata liberata dai servizi segreti italiani il 4 marzo, in circostanze drammatiche che hanno portato al suo ferimento e all'uccisione di Nicola Calipari, uno degli agenti dei servizi di sicurezza italiani che, dopo lunga e efficace trattativa, la stavano portando in salvo. La si intervista in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Il prezzo del velo (Feltrinelli, Euro 13,00), che racconta i crimini silenziosi della guerra dell'islam contro le donne fra lotta e la resistenza.

Cosa significa essere giornalista?
"Il giornalista fa un mestiere come un altro, solo con la grande responsabilità e il grande privilegio di raccontare cose che non tutti possono raccontare. Io l'ho sempre fatto con la massima onestà di cui fossi capace. Indubbiamente ne ho pagato i prezzi. Molti soggiacciono a logiche di opportunismo dove risulta comodo dire solo ciò che si può dire e non sfidare il potere o il denaro. Accettare le regole è sicuramente più proficuo in termini di avanzamento di carriera: io comunque non riesco ad agire in questo modo."

Come è, oggi, la situazione generale del giornalismo in Italia?
"La situazione giornalistica nel complesso è peggiorata. Basti pensare che il contratto nazionale è scaduto da due anni e mezzo e non si fa nulla per uscire da questa situazione di precarietà diffusa che, probabilmente, è vantaggiosa per molti."

Come è cambiata la sua attività dopo il sequestro?
"Dopo il rapimento è cambiata la mia vita, non la mia professione. Certo ho avuto un'ondata improvvisa di popolarità, sfruttata meglio in Europa rispetto all'Italia, dove sicuramente c'era e c'è un po' di invidia nei miei confronti…e dove continuo a risultare antipatica a molti: forse perché non dico quello che si voleva dicessi dopo il rapimento. In altri Paesi sono stata intervistata da grandi personaggi e ho conosciuto uomini llustri che volevano sentire la mia voce. Qui non è avvenuto lo stesso."

Quali sono le problematiche per una donna giornalista?
"Lavoro in un piccolo giornale molto orientato politicamente, il Manifesto, dove non ci sono disparità di trattamento fra uomini e donne, dove nessuno è spinto da sete di carriera, dove non ho riscontrato quindi discriminazioni di genere. In testate più grandi effettivamente la donna ha più difficoltà nel conciliare la famiglia con orari decisamente flessibili e spostamenti continui e ha minor possibilità di emergere in un confronto con l'uomo, che si occupa meno della gestione familiare."

Come giudica il dilagare dell'informazione sulla Rete?
"Il giornalismo su internet presenta spesso fonti approssimative e imprecise: è un rischio per l'informazione anche perché è difficilmente controllabile. Inoltre raramente prende avvio da inchieste sul territorio, da veri e propri reportage e dalla presa visione diretta delle realtà. Tende un po' all'omologazione e alla superficialità ma auspico sempre che si possano proporre prodotti di qualità. Io ho vissuto una spiacevole esperienza con la Rete. Al ritorno dalla mia prigionia, ho inserito su google il mio nome per vedere cosa ne risultasse: il primo link che ancora oggi si visualizza rimanda a un articolo secondo cui un giornalista ceco afferma di avermi incontrato nel volo verso Bagdad precedente al rapimento e che io sostenessi di essere al sicuro da ogni possibile sequestro, in quanto amica della Resistenza. Niente di più falso: non ho incontrato nessun giornalista ceco e non ho mai affermato certe cose. Questo è la dimostrazione lampante che internet spesso veda il proliferare di falsità, anche su di me."

Cosa non apprezzi della tua professione?
"Mi preoccupa la progressiva militarizzazione dell'informazione; ci sono posti dove non posso più andare. A parte questo posso dire di fare la giornalista come piace a me, ho sempre potuto dire tutto quello che volevo, come volevo io. Sarà che lavoro per il Manifesto, dove c'è massima libertà nell'agire."

"Da bambina volevo fare la hostess per viaggiare. Sono diventata giornalista. Viaggio e mi confronto con gente, mondi e culture ma non sono felice." Resta una patina di tristezza.

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