Intervista

Intervista a Giovanni Allevi

Pensieri e parole con uno dei pianisti e compositori più interessanti, che il 3 dicembre suona al Canservatorio

Con i tempi che corrono si incontra davvero con piacere un compositore e pianista come Giovanni Allevi, che è stato capace di aprire la tradizione classica europea alle nuove tendenze pop e contemporanee. L'ho incontrato alla vigilia del grande evento milanese. Infatti, Allevi si esibisce il 3 dicembre dinanzi alla platea del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano per proporre dal vivo i brani del suo ultimo album "No Concept", pubblicato da Sony/BMG lo scorso settembre. 
  
Allevi, non faccia il modesto. Lo sappiamo tutti che è uno dei pianisti più interssanti del momento. Perché secondo lei?
"Perchè c'è feeling tra me e la gente: una volta ero fermo all'angolo della strada, in anticipo su un appuntamento, e ben quattro persone in venti minuti mi hanno chiesto un'informazione. Ho pensato che questo fosse feeling allo stato puro!"

Una volta ha detto che l'artista deve essere un po' filosofo, un po' folle... come nel Rinascimento. Tuttavia, quale è il malessere che vive l'artista di oggi?
"L'artista oggi si trova a produrre opere proiettate nel presente e nel futuro, in una società che è impaurita e ripiegata su un passato rassicurante, in un sistema dominante che premia il facile ed il banale. Il problema più grande è che a forza di vivere in questa specie di brodino tiepido, smetti di pensare in grande, ti convinci che siano gli altri a fare le cose, e davanti a miti sterili e ben confezionati, dimentichi la tua eccezionalità. Questo è il peccato più grave commesso nei nostri tempi soprattutto nei confronti dei giovani. Tuttavia è un bellissimo momento: in un tale clima di deserto culturale c'è una diffusa sotterranea e prepotente sete di freschezza e di originalità".

Quando un musicista riesce a liberarsi dallo sterile accademismo, che spesso soffoca la creatività?
"Se ne libera quando inizia a sentirsi soffocato. L'accademia ti premia quando sei conforme alle regole, ti coccola e ti lusinga. Ma il nocciolo dell'arte è fuori dalla gabbia dorata, fuori dalla torre d'avorio, lì, in metropolitana tra le persone comuni. Sogno una musica colta che le avvolga e che parli di loro".

Jovanotti ha prodotto il suo primo album. Quanto le è stato utile lasciarsi sedurre dal mondo della musica leggera?
"Sono stato sedotto e abbandonato: diversi anni fa, in un palasport 
fui inseguito da un gruppo di fan scatenate con il foglietto e la penna. Era il mio momento di gloria? Volevano un autografo...il suo però. Ho capito che era ora di iniziare a vivere il mio sogno, magari lontano dai riflettori, magari più difficile, ma il mio".

Mi racconta l'esibizione del marzo scorso al Blue Note di New York?
"E' stato il mio sogno che si realizzava. Niente è impossibile! Sono arrivato su quel palco da solo, senza conoscenze, ma con la passione travolgente per il pianoforte e la solarità e profondità che solo un italiano può avere. Per la prima volta nella mia storia di pianista ho sentito la parola sold out. La gente che ho tanto amato, attraverso i tasti bianchi e neri, tornava da me. Niente è impossibile!".

Parliamo dell'ultimo album...
"No Concept è nato sui marciapiedi di Harlem sognando il concerto al Blue Note di New York. Prima di registrare l'album sono andato a Vienna per capire come veniva costruito il pianoforte speciale che avrei usato, per parlare con le operaie della Bosendorfer ed essere loro grato per la dedizione al loro lavoro. Poco prima di accendere il microfono, davanti ai tecnici e lo staff ho fatto un'invocazione: tutto l'Amore del mondo sulle mie dita!".

Un sogno nel cassetto.
"Dopo un anno e mezzo di concerti negli USA, in Cina e in nord Europa...il mio sogno è un tour in Italia".

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