Intervista

Intervista a Gianfelice Imparato

Il teatro come una macchina del tempo, alla ricerca di profezie perdute, respirando l'aria dei palcoscenici all'ombra del Vesuvio

Chissà come si sente un bravo attore partenopeo come Gianfelice Imparato nei panni un tipografo fiorentino in una commedia movimentata ambientata nel XVI secolo. L’attore, sul palco del Teatro Manzoni dal 7 marzo al 2 aprile come protagonista di Margarita e il gallo di Edoardo Erba, ci ha parlato di questo ruolo, del teatro, degli anni di gavetta ma anche di piccole profezie mai dimenticate.

Cosa l'ha convinto ad accettare questo ruolo?
"La proposta di una produzione che conosco da venti anni ed essere diretto da un regista come Ugo Chiti al quale mi lega una profonda stima. E poi essere al fianco di una brava attrice come Maria Amelia Monti e lavorare su un testo come questo di Edoardo Erba. Mi ha stuzzicato il fatto che un bravo commediografo dei nostri tempi mi portasse indietro nel tempo, nel 1500 ed in una casa di un tipografo fiorentino".

Più di dieci anni fa ha scritto un testo, "Casa senza frontiera", dove si parlava in maniera profetica di divario tra Nord e Sud. Quel divario lo sente anche a livello teatrale? Di chi è la colpa?
"Il divario è cresciuto ma non per colpa di un federalismo prepotente o di una determinata corrente di produzioni. Forse la colpa è di un gruppo di autori partenopei – e lo dico a malincuore – sono loro i veri responsabili. Credendosi sempre più furbi degli altri, sono diventati succubi di un determinato tipo di produzioni che creano scritture, che mettono assieme sketch dal sapore televisivo e post-televisivo. E questo contribuisce a creare una differenza, più creativa che ideologica".

Quanto le è stata utile la sua poliedrica esperienza teatrale per affrontare spettacoli sempre diversi?
"Ho iniziato con Galdieri e mi sono formato con De Simone ed Eduardo De Filippo, che sicuramente mi hanno insegnato il mestiere. Allora si faceva davvero la gavetta. Il mestiere si imparava sul campo. La scuola vera, quella sulle tavole del palcoscenico, mi ha agevolato molto per tutti i copioni, da Shakespeare a Molière".

Di questi tempi si parla di teatro minimalista. Non crede che questo atteggiamento stia impoverendo il nostro teatro?
"Quando il teatro minimalista diventa pretesto per non approfondire certe tematiche o per non sviluppare un percorso drammaturgico con coerenza, allora è pericoloso. Ma forse certe volte il minimalismo può essere utile per agevolare le produzioni che magari prediligono allestimenti più ecpnpmici. Meglio pochi elementi in scena – magari un vecchio frigorifero usato- che una scenografia dai costi esorbitanti".

Tutti si lamentano che i giovani non vanno a teatro. Non è rischioso uno spettacolo ambientato nel ‘500?
"Questo è relativo. I motivi per cui il teatro non attira i giovani sono altri. Credo che questo spettacolo abbia una verve e un ritmo che non dispiacerà alle giovani generazioni".

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