Intervista

Intervista a Francesco Bonami

Il critico è in libreria con il suo "Dal Partenone al panettone" e parla di Cattelan in veste di curatore della sua mostra milanese

È un critico d'arte, ma "parla come mangia". È un curatore di mostre, ma sa spiegarsi senza paroloni: Francesco Bonami ha un curriculum ricco e internazionale che lo posiziona nella top list degli esperti d'arte contemporanea. Direttore della Biennale di Venezia nel 2003, curatore della Biennale del Whitney Museum di NY e della recente mostra di Maurizio Cattelan a Milano, Bonami è anche un autore di libri d'arte: l'ultimo, Dal Partenone al Panettone (Electa, Euro 29), racconta la storia dell'arte attraverso il confronto tra i capolavori del passato e opere più attuali. Per spiegare, con il suo solito stile ironico e leggero, che tutto sommato cambiano i linguaggi e i modi, ma l'arte non muore mai.

Iniziamo dalla fine, da uno degli ultimi eventi che ha curato: l'esposizione di Cattelan in città, che ha portato a Piazza Affari la scultura L.O.V.E., esposta fino al 9 gennaio. Forse diventerà permanente: Le piacerebbe?
"Certo che sì: a chiunque la veda sembrerà assurdo che venga rimossa, perché pare essere nata proprio lì. L.O.V.E. ha restituito la piazza ai milanesi: prima c'era un parcheggio anonimo, ora c'è questo blocco in marmo di Carrara, alto 11 metri che ridà un senso al posto".

In tanti si sono sbizzarriti a dare un significato a quest'opera: una mano con tutte le dita mozzate, eccetto il medio, che se ne sta ritto in un gesto considerato volgare. Qual è la sua interpretazione?
"Cattelan si è appropriato di un gesto tipico della cultura anglosassone: Qual è il senso? Dipende da che punto di vista si osserva l'opera: ricordiamoci che è un lavoro realizzato appositamente per Piazza Affari. E così se guardiamo L.O.V.E. stando di fronte al palazzo della Borsa, vediamo un monumento alle vittime dell'economia globale. Se la osserviamo da Palazzo Mezzanotte, i ruoli si invertono ed è il mondo della finanza a mandare a quel paese tutto e tutti, in nome del denaro".

Lei ha numerosi incarichi, anche all'estero. Potrà osservare da un punto di vista privilegiato lo stato dell'arte contemporanea in Italia e a Milano. Quali sono le differenze maggiori che riscontra rispetto all'estero? Com'è il pubblico italiano, e più scettico, meno preparato, meno interessato?
"Il pubblico è uguale, la politica è diversa. All'estero nessun politico mette bocca su quello che fa un museo. Il Museo di Storia Tedesca di Berlino sta ospitando una mostra dal titolo Hitler e i tedeschi. Nazione e crimine, senza sollevare polveroni o strascichi polemici, a differenza di quel che accadde a Milano quando Cattelan voleva utilizzare l'immagine della sua opera Hitler (dove il dittatore è in ginocchio, ndr) per i manifesti della sua mostra".

Se fosse Assessore alla Cultura di Milano, quali artisti vorrebbe portare in città?
"Dipende da quando mi farano assessore! Se accadesse fra vent'anni, non saprei quali saranno gli artisti meritevoli e poi, avendo io 75 anni, probabilmente non capirò più nulla di arte contemporanea!".

Il pubblico spesso rimane perplesso di fronte all'arte contemporanea. Lei non teme di accostare opere di Jeff Koons, Murakami, o dello stesso Cattelan a quelle di Leonardo o Michelangelo, come ha dimostrato in Dal Partenone al panettone. Esiste ancora un parametro assoluto per definire cosa è arte o cosa non lo è?
"No, non esiste un criterio assoluto. L'importante è non confondere il proprio gusto con quello che si definisce arte o non arte. L'arte è uno degli strumenti per parlare della società. L'arte che non riesce in un modo o in un altro a parlare è un'arte morta e a volte non è arte ma solo immagine".

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