Intervista a Federico Moccia

L'autore dei tre libri che hanno fatto breccia nel cuore di tanti adolescenti, e non solo, si racconta con semplicità

Sorriso gioviale, atteggiamento rassicurante e per nulla disincantato nei confronti della vita. Aria affabile e serena di chi guarda all'amore quasi con gli occhi di un adolescente. E' così che Federico Moccia, per la presentazione del libro Scusa ma ti chiamo amore, appare all'incontro con i suoi lettori al Mondadori Multicenter. Il punto è: quanto conta la fisicità di uno scrittore per i suoi lettori? E' davvero necessario conoscerne le sembianze per apprezzarne l'opera?

Il suo percorso artistico si avvale anche dell'esperienza di sceneggiatore, fino a che punto il cinema l'ha influenzata e in che misura esso è vicino alla letteratura?
"Indubbiamente il cinema ha inciso notevolmente sulle mie opere. La facilità nel leggere i libri che scrivo forse deriva proprio dal fatto che il romanzo proposto può essere accostato al linguaggio cinematografico e visivo. Per quanto concerne il rapporto cinema-letteratura, credo che essi esercitino un'inflenza reciproca, scambiandosi emozioni ed insegnamenti".

La grande risonanza, anche all'estero, che ha contraddistinto i suoi romanzi l'ha portata a viaggiare molto e a visitare tanti posti nuovi. Per lei Roma è ancora la città più bella?
"Non so se posso parlare di una città in particolare. Semplicemente, dal 2004, anno in cui è arrivato il successo ormai insperato, ho viaggiato tanto, ma soprattutto lungo tutta l'Italia. In questo modo ho scoperto alcuni meandri, luoghi che altrimenti non avrei mai visto. Ho avuto la possibilità di respirare l'Italia con le sue difficoltà e fragilità. E chissà cosa si può rintracciare di queste sensazioni nel mio ultimo libro".

Ha mai avuto momenti di scoramento, in cui avrebbe voluto mollare il colpo?
"No, perchè scrivere per me è una necessità, ho scritto anche racconti che non sono stati pubblicati. Il fatto che il mio lavoro non avesse riscosso successo non costituiva per me una valida ragione per demordere. L'ispirazione per comporre un'opera può arrivare in qualsiasi momento e uno scrittore autentico si lascia guidare dall'istinto cristallizzando quegli istanti, quelle sensazioni. E' ciò che è successo, per esempio, con la stesura del mio corto La passeggiata, composto di recente. La scrittura è assoluta libertà e può essere assimilata in questo alla pittura".

Quanto di lei c'è nei suoi personaggi? Avverte una responsabilità nei confronti dei lettori, soprattutto quelli più giovani?
"I personaggi che animano le mie storie sono frutto della fantasia, eppure in ognuno di loro, anche nelle donne, è possibile rintracciare una parte di me. Accade che ti ritrovi a raccogliere emozioni, sensazioni e, una volta accumulato tutto il materiale sui cui scrivere, la responsabilità si concretizza forse nella sincerità con cui ti poni nel raccontare. In particolare mi sono sentito in qualche modo responsabile nei confronti dei più giovani, quando ho scritto Ho voglia di te, sequel del mio primo romanzo. Ho dovuto, infatti, trovare il modo giusto per comunicare che una storia d'amore, per quanto bella , può finire e che si può tornare ad amare". 

 Se dovesse dare una definizione della parola "amore" cosa direbbe?
"E' un interrogativo a cui è arduo dare una risposta in poco tempo. Mi piace dire che l'amore è un conto che non torna mai. Puoi farè mille valutazioni, ma la razionalità non entra in gioco quando si parla di sentimenti. Conosci la matematica amorosa? Sai, quella che recita: uno più uno uguale tutto, due meno uno uguale niente. Forse così puoi farti un'idea del mio pensiero su questa forza così potente e affascinante che a volte irrompe nella nostra vita".

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