Intervista

Intervista a Ermanno Olmi

"Centochiodi", l'ultimo film del regista, con Raz Degan, nelle sale cinematografiche

“Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”: è questa la frase chiave di Centochiodi, l’ultimo film di Ermanno Olmi che, appena uscito nelle sale cinematografiche, ha già riscosso grande successo di pubblico e di critica. In occasione della presentazione del film al cinema Anteo, il maestro, classe 1931, ha tenuto una lezione di cinema, che si è trasformata in una vera e propria lezione di vita, rispondendo così alle domande del pubblico.

Maestro, come gli è venuta l’idea di inchiodare i libri?
E’ nata lungo gli anni attraverso piccole sollecitazioni che poi con il tempo hanno determinato un pensiero lucido. Il primo momento è stato quando ho capito che a scuola mi annoiavo terribilmente e quindi ho deciso di non continuare gli studi per vivere la vita il presa diretta. Poi, durante la guerra del Kosovo, ho visto alla televisione una bellissima biblioteca distrutta dai bombardamenti. Io, intanto, guardavo i miei libri nel salotto di casa e mi domandavo: cosa fate lì inchiodati, muti? c’è la guerra e voi non fate niente? E allora mi sono reso conto che i libri, pur necessari, non parlano da soli: noi, nella realtà di tutti i giorni, dobbiamo essere la continuazione delle parole. Bisogna agire, mettere in pratica ciò in cui crediamo.

Non ha paura che qualcuno imiti il film inchiodando i libri?
Io credo, invece, che il film porti a un esame di coscienza. Cristo mostrava la verità, ma per capirlo abbiamo dovuto vederlo in croce: altrimenti saremmo stati indifferenti. Così solo attraverso la crocifissione dei libri riesco a capire che ugualmente si possono inchiodare gli uomini e che non bisogna restare indifferenti.

La metafora dei libri riguarda anche il potere politico e religioso?
Ho voluto segnalare il pericolo di chi trova i motivi del fallimento della società al di fuori di noi. Dobbiamo metterci in gioco e domandarci: e noi che cosa facciamo? Ripeto: dobbiamo mettere in pratica le nostre idee senza opportunismo: è questa la cosa più difficile.

Come mai ha scelto Raz Degan come attore protagonista?
Durante i casting faccio parlare molto di gli attori, cerco di trovare un contatto. Quando ho visto Raz Degan non mi ricordavo assolutamente di lui, non sapevo che fosse un modello e quindi non ho avuto pregiudizi. L’ho sentito parlare della sua necessità di viaggiare, di conoscere gli altri, le persone diverse da lui: alla fine siamo diventati amici e ho capito che era la persona giusta. E’ bello, pieno di curiosità per il mondo, ha abbandonato il tempio del lusso per viaggiare ed è pure israeliano: insomma per me assomiglia molto al Cristo che avevo in mente.

Qual è la sua posizione nei confronti della Chiesa cattolica?
Io non sono un cattolico, ma un aspirante cristiano: affermo il primato dell’amare, ovvero del mettere in pratica la parole amore.

A quali maestri del cinema si è ispirato per il film?
Beh a Rossellini, Fellini, Zavattani e anche Pasolini. Con questo mio ultimo film, poi mi dedicherò solo ai documentari, ho voluto rendere omaggio a questi grandi maestri che, per mia fortuna, sono stati anche degli amici.

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