Intervista a Enrico Montesano

Il mattatore romano ci parla del suo nuovo spettacolo e del mondo che da sempre gli appartiene

Ore 18.15. Arrivo al Teatro Manzoni per seguire la conferenza stampa di Enrico Montesano, in cartellone con Nojo vulevam sàvuar ancor  dal 1 al 27 novembre. L'accoglienza è delle migliori: sorrisi ed eleganza ci fanno accomodare in una sala, dove sedie di velluto rosso ci aspettano. Il signor Montesano entra poco dopo. E' subito bloccato da telecamere e fotografi: lui si presta alle domande e ai fotografi da vera prima donna, poi si gira, ci vede, ci viene incontro, si siede, si assicura che il microfono funzioni e ironicamente esordisce: "Scusatemi ma sono un pò imbarazzato, anche perché solitamente gli attori sono accompagnati da guardie del corpo, segretarie e ufficio stampa, mentre io sono sempre da solo. Comunque la stagione teatrale del teatro Manzoni va avanti con questo spettacolo con Roberto Benigni! No... con Montesano, scherzavo... però chissà quante domande avreste fatto se ci fosse stato lui!". Poi tra una domanda e l'altra, la parola passa a noi di Milanodabere.

Montesano, potrebbe sembrarle una domanda banale. Perchè questo titolo?
"Volevo fare un omaggio a Totò e alla rivista, poi questo è un pretesto, direi filosofico, perchè nella famosissima scena del film Totò e Peppino e la malafemmina i due formulano la famosa battuta nojo vulevam sàvuar per dove dobbiamo andare e in questo spettacolo si parla di dove può andare la società di oggi. Tocchiamo tutto, ma non siamo a stretto contatto con la cronaca e la politica. Sono stanco della satira politica, mi annoia, anche perchè in Italia viene fatta a senso unico. E' più interessante proporre qualcosa che parli di costume, osservando i comportamenti delle persone e da questo trarre sketch per divertire il pubblico. Nel cast abbiamo dodici bellissime ballerine che riportano la dimensione del varietà, gradito anche dal Presidente del Consiglio Berlusconi, che mi è venuto a trovare a Roma."

Qual'è il filo conduttore?
"Sono io. C'è un'introduzione e poi comincio una serie di monologhi che vengono alternati a balletti, ripresi dal varietà, per spezzare la monotonia del monologo. Nel finale c'è un album di famiglia che l'attore vuole raccontare, poi il discorso andrà ad interrogarsi sulla società di oggi, competitiva e aggressiva, anche perchè gli italiani sono speciali pure nei difetti. Forse dovremmo guardarci solo di più allo specchio."

Lei viene dal cabaret. Cosa pensa degli attori del cabaret di oggi?
"A noi insegnavano la tecnica dell'attore, il monologo andava scritto con delle chiavi che lagavano il personaggio all'azione fisica... un canovaccio, insomma. Molti comici di oggi che sono in tv vanno bene per fare serate nelle parrocchie o tra amici. Il piccolo schermo del resto è solo apparenza e non glie ne frega a nessuno di un attore che sa fare bene il suo mestiere. Studiare danza e recitazione è fatica, fare un calendario no. Noi siamo nati con un palco e un microfono, erano gli anni '60 e '70, e bisognava aggredire e far divertire il pubblico. Oggi questo non c'è più, ci sono tanti giovani simpatici che vengono buttati sul video senza preparazione e penso che il pubblico se ne accorga."

Lei come si prepara fisicamente ad affrontare esibizioni come queste?
"Facendolo tutte le sere. Bisogna stare attenti ai monologhi, sono delicati, ci vuole tecnica e spontaneità. Io ho un canovaccio e lo rispetto, ma devo essere pronto anche ad improvvisare. Questo è un teatro faticoso, psicofisico, dove si fa del sano divertimento."

Lei è nato a Roma, un ottimo spaccato da cui attingere per la sua comicità. Se fosse nato a Milano sarebbe stato uguale?
"Si, Milano è una grande città, come Roma. Non sarebbe cambiato nulla."

Ha progetti futuri per la televisione?
"Ho un progetto, ma è stato respinto. Se non hai un agente conosciuto o una produzione forte alle spalle non succede nulla. Ormai non mi chiamano più, sono stato un po' epurato, non so perchè, non avendo fatto nulla, ma io faccio teatro e non mi lamento. Si potrebbe dire che sono già in pensione."

A proposito di televisione, cosa pensa del programma di Celentano, Rockpolitik?
"Non l'ho visto, ero a teatro ed ho fatto il cento per cento di Auditel. Ho ringraziato una ad una tutte le persone che erano lì per me quella sera, dal momento che avevano rinunciato al molleggiato per venire a teatro. Ho visto alcuni spezzoni della sua trasmissione al telegiornale e vedere la tv che parla della tv conferma che qualcuno si sia rimbambito."

Ripensando al cinema che ha fatto, ci sono possibilità di rivederla dietro la macchina da presa?
"Il cinema è una casta, si girano dodici film all'anno in Italia. Dovrebbe venire da me un regista di venticique anni, cresciuto con i miei film e propormi qualcosa perchè i cinquantenni dicono che la mia storia è fatta di film commerciali. E' forse una colpa se un tuo film incassa tanto?"

Il teatro oggi, lo vede davvero in crisi?
"Sono trent'anni che si parla di crisi, ma siamo sempre qui. Forse sono peggiori le crisi delle fabbriche, dove vengono licenziate delle persone. Non che non sia importante la cultura, ma ha un'altro peso, non bisognerebbe dare finanziamenti a pioggia, ma nemmeno fare un'inversione di tendenza netta e comunque se vuole una soluzione la dico nel mio spettacolo...non le rimane che venirlo a vedere."

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