Intervista a Duchesne

Il suo romanzo e il suo blog hanno un nome solo, ed è tutto un programma: "Studio Illegale"

Arriva dal web la genesi del romanzo Studio Illegale. Il suo autore è il misterioso Duchesne, pseudonimo sotto cui si cela per scrivere le sue avventure e sventure di avvocato in carriera in un blog di successo e ora, appunto, nel romanzo edito da Marsilio (Euro 17,00). Studio Illegale è il racconto (realistico, più che tragicomico) di Andrea, brillante trentenne avvocato d'affari. Fagocitato dal suo lavoro, gomito a gomito con colleghi e capi che riflettono limiti e manie dei "professionisti" della nostra società capitalista, Andrea guarda il mondo intorno a lui come dentro ad un acquario. Ma non basta lo sguardo disilluso verso la realtà, prima o poi arriva il momento di scegliere e agire. Perché c'è una domanda che presto o tardi arriva per tutti: "Perché lo fai, il tuo lavoro?".

Ci racconti come ti è venuta l'idea del blog Studio Illegale , che ha preceduto la realizzazione del romanzo omonimo?
"L'intenzione, che nasceva da una buona dose di frustrazione, era quella di raccontare un altro lato del mio lavoro, quella realtà che si tiene nascosta dietro alle cravatte, ai blackberry, alle valigette di Pquadro".

Azzardiamo il confronto: ti dà più soddisfazione il tuo blog o la pubblicazione del libro?
"Eh, difficile da dire. In modi diversi, sono le soddisfazioni più grandi che abbia mai. Il libro non è esagerato dire che sia un sogno che si è realizzato, ma il blog, con tutti i suoi commentatori e l'attenzione e l'affetto, non è stato da meno".

Milano esce un po' con le ossa rotte dalle pagine del romanzo. Qual è la Milano da salvare secondo te?
"Ho un amico che, dieci anni che lo conosco, dice convinto che vorrebbe imparare a suonare la chitarra. Dieci anni e non ha mai fatto niente. Sembra un po' lo stesso atteggiamento di Milano, una continua aspirazione alla vivacità, al fermento, all'internazionalità, e poi tutto rimane com'è".

Il lettore si identifica con facilità in Andrea, perché ognuno si sente "vittima" di un contesto lavorativo di cui a volte sfuggono le logiche. C'è chi dice che questa crisi finanziaria sia l'occasione di una riscoperta degli antichi valori. Il che dovrebbe ridimensionare i ritmi di lavoro… tu cosa ne pensi, francamente?
"L'ho pensato anch'io, all'inizio: la "crisi" che porta con sé un nuovo approccio, una nuova prospettiva. Poi, però, ho cominciato a notare che, a essere costretti a riscoprire gli antichi valori, sono quelli che non si sono mai potuti permettere il lusso di perderli".

Altrettanto facile (ma più difficile da accettare) è identificarsi nei personaggi anonimi che si scambiano battute nelle parentesi Ti offro un caffè. Le conversazioni di chiunque potrebbero essere infilate in una di quelle pause. Siamo condannati alla mediocrità?
"Il problema è che non so nemmeno se sia una vera condanna. Parlare della fine di un matrimonio, di una malattia, di un tradimento, e farlo come se si raccontasse dell'ultimo film visto, in certi contesti, sembra diventare quasi un modo per sopravvivere".

Alla fine del libro, il protagonista in qualche modo si salva. Hai mai pensato ad un finale alternativo, meno speranzoso?
"In realtà l'ho proprio scritto. È un capitolo che non ho mai fatto leggere a nessuno, nemmeno all'editore. Però non l'ho mai cancellato e ce l'ho ancora da qualche parte sul pc".

Tornando al finale: sembra aprire alla possibilità di un sequel… è così?
"No, non ci sarà un seguito. È vero che il finale sembra lasciare spazio a una nuova storia ma, anche se suona un po' affettato, per il protagonista il resto è tutto da vivere e poco da scrivere".

Vien da pensare che il destino di questa storia sia anche cinematografico. Ti piacerebbe se Studio illegale diventasse un film? Ci hai mai pensato? 
"Pensarci, ci ho pensato, forse più per gioco personale nel cercare di dare un volto ai diversi protagonisti che per reale convinzione. Devo ammettere però che ci sono una serie di situazione raccontate nel libro – penso alla trasferta o al concerto coi vecchietti – che credo si presterebbero bene a una traduzione visiva".

Una frase di Oscar Wilde recita We are in the gutter, but some of us are looking at the stars. Il protagonista del romanzo forse ha confuso la sua ambizione con il guardare le Stelle, poi si accorge dell'errore. Duchesne ha sempre avuto coscienza di ciò che lo circondava oppure è accaduto qualcosa che l'ha svegliato?
"Penso che la coscienza di quello che si ha intorno, per quanto si possa fingere, in fondo ci sia sempre. Il problema è che spesso si vive "sovrappensiero". Perlomeno così facevo io, che seguivo il principio del "non ci pensare, tieni duro". E allora aprire gli occhi diventa qualcosa di graduale, visto che implica il dover rimettere in discussione un buon numero di scelte di vita".

Una curiosità: alcune delle pagine più divertenti del libro si svolgono in quel di Cisliano. Come fai a conoscerla? Duchesne è milanese DOC o è cresciuto in provincia?
"Ci abitava un mio caro compagno di liceo. E mi è tornato alla mente come teatro per la scena del concerto, mi sembrava il posto perfetto. Ricordo che a quindici anni, andando alla festa di compleanno del mio compagno, mentre aspettavo la navetta, venni rapinato di mille lire".

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