Intervista a Chiara Gamberale

La scrittrice racconta dei personaggi del suo ultimo romanzo "La zona cieca", del suo rapporto con lo scrivere e della sua paura più grande

Chissà perchè ti aspetti che sia bionda e invece no, Chiara Gamberale ha i capelli scuri, e un sorriso grande così. Qualche anno fa pubblicò un romanzo molto apprezzato, Una vita sottile, a cui ne seguirono altri, ora però torna in libreria con La zona cieca (Bompiani, Euro 16,00), di cui dice: "E' il libro che sento più mio e sono molto contenta che in casa editrice stiano già arrivando molte lettere con commenti positivi". La storia è quella di Lidia e Lorenzo: lei è una speaker radiofonica e lui uno scrittore "maledetto". L'amore tra i due è altrettanto tormentato. Ma parlando con la scrittrice capiremo qualcosa di più.

Davanti a La zona cieca, il pubblico femminile probabilmente si dividerà tra coloro che si identificheranno in Lidia e chi invece si domanderà come possa questa donna non mandare al diavolo Lorenzo...
"In effetti è proprio così. Dalle lettere di cui parlavo prima emerge questa scissione tra le lettrici. C'è chi capisce le ragioni e le regioni di Lidia e chi no. Io ho voluto lasciare un finale aperto, senza il "vissero felici e contenti" un po' per non far morire i personaggi, ma anche per lasciare al lettore la possibilità di interpretarlo come meglio crede".

Dalle pagine emerge una drammatica precarietà sentimentale dei personaggi e l'incapacità di comunicare, nonostante i numerosissimi dialoghi tra Lorenzo e Lidia.
"Tutti i personaggi - o quasi - del libro non sanno parlarsi! Basta pensare al titolo del programma radiofonico di Lidia: Sentimentalisti Anonimi. Quante persone vivono i sentimenti in uno stato di vera e propria clandestinità, rivelando un'incapacità emotiva? Io resto affascinata da come spesso le parole non ci aiutino a dire qualcosa di noi, ma finiscano piuttosto col confonderci".

La zona cieca ha una svolta quando compare un personaggio divertentissimo: Brian. Non rovianiamo la sorpresa ai lettori, ma diciamo pure che il suo è un ruolo chiave.
"Io chiamo Brian un "portatore sano di emotività". Parla una lingua che è quella dei bambini: proprio là dove commette degli errori rivela una giustezza emotiva, una verità. Nella storia era necessario un punto di vista esterno, un terzo personaggio che aggiungesse un linguaggio diverso da quello dei protagonisti,  paradossalmente il più efficace e comunicativo di tutti".

Tu non descrivi mai chiaramente quali dolori si portano addosso Lidia e Lorenzo, anche se è evidente la traumaticità delle conseguenze che hanno avuto sulle loro vite. Perchè?
"Rispondo dicendo che ho scritto il romanzo in prima persona perchè volevo rendere evidente la fatica da parte di Lidia di accettare l'inconoscibilità della "ferita bambina" di Lorenzo. E' questa ferita la causa della paralisi emotiva di Lorenzo. Ma Lidia è tanto folle da credersi capace di soccorrerla. Non è così: la vita ci mette sempre davanti a un male, a un dolore dalle cause impossibili da capire.E noi dobbiamo accettarlo".

Tu scrivi da quando eri bambina. Molti autori hanno un rapporto sofferto con la scrittura, per te è mai stato così?
"Per me scrivere è necessario. E' uno strumento indispensabile per mettere a tacere le mie ansie. Lo stile diventa terapia. Riempire una pagina mi aiuta a riorganizzare quello che ho dentro, quello che sono".

Tra le ansie di cui parlavi, qual è quella più forte?
"Sicuramente l'abbandono delle persone più care, la paura che muoiano lasciandomi sola".

Tornando alle tue esperienze, tu hai vissuto a Milano per qualche tempo e spesso sei qui per impegni di lavoro. Conservi un ricordo particolare della città?
"Milano è una delle poche città (insieme a Torino) in cui non avverto un senso di estraneità. Non ci sono posti che porto nel cuore perchè ho ricordi soprattutto egati a case private: in zona Garibaldi, in Fiera. E' la stessa cosa per Roma: mi piace stare a casa di amici".

Conduci un programma radiofonico, hai scritto programmi per la televisione, scrivi libri, insomma: ti cimenti con tanti media diversi. Com'è invece il tuo rapporto con internet?
"Lo trovo uno strumento utilissimo per la comunicazione via mail e per il suo essere strumento di ricerca. Ultimamente però sono un po' angosciata dal mondo dei blog: non capisco la gratuità di certe offese pesanti e "facili" a danno di certe persone. Il web è uno strumento molto libero ma così si rischia che dall'uso si passi all'abuso".

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