Intervista a Chef Rubio

Lo street food e l'Italia da salvare. A tu per tu con il protagonista di Unti e Bisunti

Fisico prestante, volto iconico e un'innata attitudine alla provocazione. Se gli chiedi quanti tatuaggi ha non sa risponderti perché ha perso il conto, ma su tutto il resto ha le idee ben chiare. Classe 1983, Gabriele Rubini in arte Chef Rubio è l'ex rugbista protagonista del programma tv dedicato allo street food Unti e Bisunti, in onda su DMAX. Dopo essersi diplomato all'ALMA - Scuola Internazionale di Cucina Italiana, ha girato il mondo con lo zaino sulle spalle, assaggiando i più disparati cibi di strada: dalla Nuova Zelanda all'Estremo Oriente, dalla Scandinavia al Sud Africa. Lontano da ogni cliché stellato, Rubio è un cuoco capace di raccontare l'Italia del pane ca' meusa e del lampredotto, del cuoppo di alici e del panzerotto. L'Italia del non si butta via nulla, quella del cibo povero e della tradizione, delle sciure di paese e della semplicità. Quella che mangia con le mani e si sporca, che impiega tre ore per digerire un fritto. Insomma, una sorta di "anti-chef" fuori da ogni schema gourmet, che ha saputo stravolgere le regole delle trasmissioni televisive a tema gastronomico, contribuendo a diffondere la cultura dello street food. Sì, perché di cultura si tratta. Birretta alla mano, lo abbiamo incontrato per una chiacchierata.

Sei tornato in tv con la seconda edizione di Unti e Bisunti, dopo la consacrazione della stagione precedente: ti aspettavi questo successo?
"Me lo aspettavo, ma non così trasversale e totale! In cuor mio lo sapevo, ma non pensavo che il successo arrivasse in maniera così violenta. Del resto sono convinto che ce lo meritiamo, ogni persona dello staff ha messo la sua professionalità a disposizione e il riscontro c'è stato: Unti e Bisunti ha fatto da spartiacque per la rappresentazione del food in tv, destando molta curiosità".

Già, nel programma hai anche un atteggiamento diverso dal solito cliché, fai il "duro": per esigenze di copione o è necessario esserlo per conquistare il mondo gastronomico?
"Sono strafottente, autoironico e guascone perché fa parte della romanità (Gabriele è di Frascati,ndr), è un modo per stare al gioco: la provocazione è un escamotage che mi viene naturale, per poi conquistare i personaggi con cui mi sfido".

Quando è nato, il programma è stato pensato in primis per il pubblico maschile e invece hai conquistato anche le donne: perché secondo te?
"È frutto di come mi hanno esposto, e poi - vuoi i tatuaggi, vuoi la capacità di entrare in empatia - è andata così. Sono un personaggio molto diretto ed entro facilmente nel piccolo schermo".

Già che ci siamo, una domandina frivola: che cosa cucineresti per conquistare una donna?
"Farei sicuramente due chiacchiere che è meglio… Ad ogni modo mi cimenterei in una specialità che non implichi di stare seduti al tavolo, ma che coinvolga nella preparazione. Qualcosa per cui sia possibile fare due parole mentre ci si sporca col cibo. Per esempio cucinerei i pakora di verdure miste".

Viaggi e street food: quali sono le specialità imperdibili che secondo te andrebbero assaggiate almeno una volta nella vita?
"Sicuramente il sushi in Giappone, perché solo in città come New York e Londra si trovano chef capaci di interpretarlo al meglio. Il sushi nasce come piatto povero, un pugno di riso e del pesce crudo, ma assaggiato in terra nipponica è tutta un'altra storia. E poi il Medio Oriente: Libano, Turchia, Palestina e Israele propongono specialità salutari e buone allo stesso tempo, i loro spiedini sono fantastici. Il cibo persiano, poi, è pazzesco: ogni piatto è pensato in modo da avere un'utilità per il corpo".

Unti e Bisunti mostra un'Italia che non è mai stata rappresentata dai media, quella delle signore anziane che svelano trucchi e segreti di ricette: sono ancora loro le detentrici del sapere gastronomico?
"Assolutamente sì. Non so quanto durerà, forse moriranno con loro i segreti e le passioni, ma abbiamo ancora una decina d'anni per salvare questo Paese e per scoprire tutto quello che c'è da sapere".

Nella seconda edizione del programma la musica ha un ruolo fondamentale. Qual è la tua colonna sonora ideale per cucinare?
"Dipende dal tipo di preparazione: per una ricetta lunga ascolterei qualcosa di impegnato, mentre per un piatto brioso un sound più easy come il reggae e lo ska. Mi piacciono molto i Sigur Rós".

Avrei giurato che tu fossi un tipo metal…
"Hai ragione, infatti sono cresciuto con i Megadeth, i Sepoltura, i Metallica e i Pantera, per poi passare all'ascolto del cross over".

A proposito, ti ho visto in un video su YouTube ambientato a Milano, la cui colonna sonora è Un romantico a Milano dei Baustelle. Cosa cucinerebbe un romantico nella nostra città?
"Un romantico a Milano andrebbe a mangiare fuori, vivrebbe la città, la scoprirebbe, visto che ha tanta offerta. Per esempio Cascina Cuccagna è un bel progetto, mi piace l'atmosfera, ti senti come a casa".

Grazie, abbiamo finito. Per mantenere le buone abitudini, concluderei come nella precedente intervista, con un bel brindisi birroso. Un'ultima domanda: prima di venire qui ho incontrato una ragazza che gioca a rugby, mi ha detto che ti vorrebbe conoscere, ci terrebbe tantissimo. Passeresti a salutarla? "Certo, dimmi 'ndo sta che ce vado". E così è andata. Gabriele è davvero un outsider, genuino come lo street food, spiazzante come la ballata di un gruppo metal, disponibile a scambiare due parole e a scattare foto ricordo con chiunque. Anche con la sottoscritta. "Dai, famoce 'a selfie". Daje.
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