Intervista

Intervista a Bunna

La voce degli Africa Unite ci parla del reggae in Italia e del messaggio di Bob Marley

Icona del reggae e simbolo della Giamaica, Bob Marley è uno dei più significativi protagonisti della storia della musica. Secondo le più autorevoli riviste di settore, alcune delle sue canzoni rientrano fra le 100 migliori "tracce vocali", come No Woman, No Cry e Redemption song. Stroncato da un tumore a 36 anni, nel 1981, Marley ha lasciato un prezioso patrimonio musicale dall'inestimabile valore. La sua arte ha influenzato e appassionato centinaia di gruppi in tutto il mondo. Di Marley e di reggae ne abbiamo parlato con Bunna, voce degli Africa Unite ed ex basso dei Bluebeaters, in concerto domenica 25 marzo allo Shambala con un live dedicato a Robert Nesta.

Bunna, il tuo concerto fa parte della rassegna musicale Gli Spiriti del Rock e tu omaggerai Bob Marley. Cosa c'entra il rock con il reggae?
"Rock è un termine che ha un'accezione molto ampia. Rock sono le icone senza tempo che hanno avuto il pregio e la capacità di segnare la storia della musica. Di certo Marley è uno dei protagonisti. Non c'è dubbio che sia un'artista dalla potente forza iconografica".

Secondo te, come o cosa sarebbe giusto ricordare di lui?
"Premetto che il suo modo di fare reggae era decisamente diverso da quello di oggi in Giamaica. Lui usava la musica a scopo sociale. Con parole semplici riusciva a parlare al popolo di argomenti molto delicati e importanti. È giusto ricordarlo per i suoi messaggi di unità, di solidarietà, di rispetto e di tolleranza. Basti pensare a One Love".

In cosa è diverso il reggae contemporaneo giamaicano?
"Purtroppo diversi artisti lanciano messaggi violenti, di intolleranza, fino a comporre testi di pura omofobia".

Il repertorio musicale di Marley è molto vasto. Oltre alle celeberrime No Woman, No Cry, Get Up Stand Up o One Love, quali meriterebbero maggiore ascolto?
"Paradossalmente i brani più famosi sono quelli meno interessanti se messi a paragone con l'intero archivio. Ogni canzone ha un suo potere carismatico. Nonostante siano state scritte più di trenta-quaranta anni fa sono straordinariamente attuali. Di primo acchito consiglierei un ascolto di Them Belly Full: si parla di disparità sociale, fra chi sta con la "pancia piena" e chi è "affamato".

Nel 1981, anno di morte di Marley, sono nati gli Africa Unite. Perché questa esigenza?
"Il gruppo è nato casualmente. All'inizio lo imitavamo e col passare del tempo abbiamo approfondito le nostre conoscenze. Abbiamo capito il valore sociale del suo operato e realizzato che la musica deve essere divertimento e mezzo di comunicazione. Se siamo ancora qui dopo trent'anni è perché abbiamo lavorato tanto e tenuto innumerevoli concerti per farci conoscere. Era dura senza tutta la tecnologia contemporanea: le band di oggi grazie ad internet hanno un grandissimo supporto".

Data la tua esperienza, cosa consigli a chi vuol fare della musica il suo mestiere?
"Prima di tutto di suonare tanto, fare concerti, dimostrando le proprie capacità. E naturalmente di sfruttare il web, i social network e YouTube: è straordinario pensare che dall'Italia carico un video e dopo qualche secondo qualcuno all'altra parte del mondo mi può ascoltare. È importante poi rimanere con i piedi per terra, non scimmiottare nessuno, avere un proprio stile e comporre testi che appartengano al proprio tessuto sociale. Se sono un cantante reggae in Italia, non ha senso parlare dei ghetti di Kingston".

Come mai vi chiamate con il nome di un brano tratto dall'album marleyano Survival?
"Africa Unite era un pezzo che ci piaceva particolarmente e che suonavamo spesso. Col passare del tempo avremmo voluto cambiarlo, cercando un nome che ci avvicinasse più all’Italia, ma ormai tutti ci conoscevano così e quindi lo abbiamo mantenuto".

A venti anni dalla morte di Marley avete pubblicato il cover album 20. Con quale logica avete scelto quei brani?
"Abbiamo selezionato le canzoni che potevano avvicinarsi di più alle tematiche italiane, composizioni dal contenuto universale come Is this love?, Concrete jungle e War. Facciamo reggae, ma non ci rispecchiamo in testi che parlano di marijuana o rastafarianesimo".

Qual è lo stato del reggae in Italia?
"Ci sono delle produzioni molto interessanti. Supportante anche da un'ottima tecnologia. E per contro c’è un pubblico di ascoltatori attento e appassionato. Il problema è l'assenza di spazi: non ci sono strutture e i mezzi tradizionali non ci sostengono. Fortunatamente ci sono internet e realtà come Radio Popolare".

Ci segnali qualche artista di spicco?
"Nel nostro ultimo album, Rootz, abbiamo ospitato degli artisti come Mama Marjas, i Franziska e i Mellow Mood. Suggerirei anche gli Eazy Skankers e i salentini Boomdabash".

Una curiosità: come mai non fai più parte dei Bluebeaters?
"Purtroppo è un progetto che ho dovuto abbandonare perché era diventato troppo impegnativo. All'inizio era una collaborazione a incastro tra alcuni componenti degli Africa Unite e dei Casino Royale. Poi Giuliano (Palma, ndr) ha lasciato i Casino e si è dedicato totalmente ai Bluebeaters. A quel punto dovevo scegliere. E a malincuore, dopo 12 anni al basso, ho salutato la ska band".

Ci puoi anticipare qualcosa sulla set list che proporrai allo Shambala?
"La sto ultimando. Di sicuro chiuderò con Redemption song e vorrei inserire almeno un brano degli Africa Unite".

Progetti per il futuro?
"Stiamo lavorando ad un nuovo album, che uscirà tra la fine dell'anno e l'inizio del 2013".
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