Sarebbe bello parlare subito della buona performance di Brunori S.a.s al Magnolia, lo scorso giovedì 24, se non fosse doveroso rilevare che il pubblico è stato sottoposto a una prova di resistenza estrema, intrappolato in un ambiente insufficiente con scarsa visibilità e ancora meno spazio vitale. Ma si può anche guardarla da un altro punto di vista: l'affetto di questa città per il cantautore calabrese è evidentemente "incontenibile". E in effetti l'intero live è una celebrazione collettiva dei sentimenti più semplici e più veri, quelli dei Poveri Cristi (titolo del suo ultimo album), inchiodati dalle pene d'amore e dalle minacce dell'indigenza, ma sempre col sorriso sulle labbra. Lo stesso sorriso che accompagna certe melodie senza testo adagiate sui più sinceri "na na na", ma anche i versi più sommessi e malinconici. È questo il segreto di Dario Brunori, perché a fare bella figura con gamberi e aragoste sono bravi tutti, ma il sugo della nonna non lo batte nessuno.

E tu, Brunori, in questo sugo cosa ci metti?
"
Sono scene di vita, passaggi di quotidianità, piccoli grandi drammi ma con una porta aperta sul riscatto. Perché per ognuno dei miei poveri cristi c’è sempre un’occasione per riderci su".

Anche per i tuoi personaggi meridionali che cercano fortuna al nord (e un po' anche come te)?
"Certo, ma del resto questa è una fotografia della nostra Italia attuale, dove i confini non esistono più e l'attaccamento alla terra uno se lo porta con sé ovunque vada. Ma non sono un campanilista ambasciatore di "meridionalità": le mie storie sono trasversali, i poveri cristi puoi trovarli ovunque".

Tu non lo sei più di certo, apprezzato ormai da tutta l'industria musicale. Come hai fatto?
"Credo che la distinzione tra major e etichette indipendenti non sia un limite per la creatività o per l’affermazione. Anzi, se lavori bene, la loro sinergia può essere la giusta via. Ma se deleghi a qualcuno il tuo lavoro, devi assicurarti che ciò funzioni come uno strumento per valorizzarlo, non come una minaccia per la sua originalità".

In questo, i canali digitali possono essere lo strumento giusto? Come ti ci rapporti?
"Il nostro progetto deve molto a Internet e ai social network, ma personalmente vivo la rete più come fruitore che come contenuto da fruire. Ad esempio non mi trovo a mio agio con la recente smania che molti artisti hanno nel comunicare informazioni a volte anche strettamente personali. Lo trovo narcisistico e poco interessante. E se l’interesse c’è, è un tipo di curiosità che trascende l’aspetto artistico. Preferisco allora tenere certe cose per me".

Allora niente Twitter. Per sapere di te continueremo a venire ai tuoi concerti, magari in un posto più grande...
"Magari al Forum, o perché no, a San Siro: ci ritroviamo tutti sulla lunetta di centrocampo".
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