Intervista a Bancale

L'immaginario desolato della provincia incontra la Frontiera su uno strato di chitarre e percussioni anomale

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Intervista
Legni e lamiere, tamburi, chitarre distorte e parole recitate. La formula musicale dei Bancale è anomala, mescola materiali "poveri" e pedali per chitarra artigianali, strumenti reali e loop, a una voce che narra la quotidianità rendendola epica. Con Frontiera (Ribéss Records, Fumaio Records, Palustre Records/Audioglobe) Fabrizio, Alessandro e Luca danno forma al loro primo lp, registrato e mixato da Xabier Iriondo (ex Afterhours). Abbiamo scambiato qualche battuta con Fabrizio Colombi, percussionista del gruppo.

Partiamo dalla musica. Come nasce e prende forma un vostro brano?
"Luca scrive un testo e ce lo sottopone. Io e Alessandro cerchiamo di restituire un ambiente sonoro che ne ampli l'immaginario, che ne enfatizzi il senso e che ne completi il coinvolgimento sensoriale. Poi leviamo tutto ciò che non è necessario e magari ne è venuta una canzone…".

"Frontiera", sia dalla copertina che dal titolo, ispira un immaginario desolato. Qual è la frontiera di cui parlate?
"La frontiera che raccontiamo è un non-luogo che potrebbe essere in realtà qualsiasi posto. È un concetto che ne scomoda molti altri, è il discrimine fra qualcosa che c'era e smette di essere, fra il prima e il dopo, fra l'iter e l'ignoto. La frontiera del nostro disco è la Fine, con tutte le sensazioni che questo implica per chiunque ci si voglia rapportare".

Con le vostre canzoni create un mondo a sé, che avvolge e sconvolge l'ascoltatore, molto spesso lo assale...
"Quello di suscitare stati d'animo vividi è sicuramente uno dei nostri intenti principali. Ci piace l'idea di coinvolgere l'ascoltatore nell'ambiente immaginario di un pezzo. A volte il processo avviene per gradi, in maniera cordiale, altre volte cerchiamo di spintonare l'interlocutore, senza mediazioni o cerimoniali".

L'obiettivo dichiarato della band è "raccontare sia nei testi che nelle
atmosfere dei brani la provincia bergamasca come luogo geografico, sociale ed esistenziale". Credete di essere riusciti a restituire un ritratto fedele?
"In realtà il concetto di provincia è una cosa che si può ritrovare ovunque, in fondo tutto il mondo è provincia. Chiaramente noi siamo partiti dalla nostra, non so se siamo riusciti nell'intento, forse nemmeno mi interessa di essere fedele. Non c'è una realtà inequivocabile, quindi una descrizione precisa sarebbe quantomeno presuntuoso come obiettivo. Ci sono però dei tratti della provincia che ricorrono a prescindere dal luogo geografico, e sono quelli che abbiamo cercato di riproporre e raccontare, in particolare nel primo ep (Bancale, pubblicato nel 2009, ndr). Di lì in poi in realtà la provincia non è più stata un'urgenza per noi, forse ci siamo incamminati verso la frontiera".

La parte "rumoristica" quanto conta rispetto alla strumentazione classica? Dal vivo come la restituite?
"I nostri pezzi nascono fondamentalmente dal vivo in sala prove. Loop su loop, colpo dopo colpo, quindi la loro trasposizione su un palco non influenza negativamente la resa. In fondo si tratta di chitarre, percussioni e una voce che dice".

Quali sono le influenze a cui vi ispirate per il vostro sound?
"Personalmente ascolto tutto ciò che mi susciti emozioni, che si tratti di punk, folk, elettronica minimale o Delta blues non fa molta differenza. Dopodiché tutte questi generi in qualche modo, più o meno conscio e con incidenza variabile, alimentano il mio linguaggio musicale e finiscono in quello che suono".

Il trio bergamasco libera dieci brani che cavalcano noise, blues, stoner e si nutrono di un immaginario cristallizzato nel tempo. Ostile e pacifico, come la musica che lo racconta.

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