Intervista a Alice Giavazzi

"Milano per crescere deve confrontarsi con l'estero e con gli stranieri che vivono in città"

News - Intervista

Chi gironzola ai Magazzini Generali, al Tunnel o per altri eventi cittadini sicuramente l'avrà incrociata. Alice Giavazzi si occupa della comunicazione dei due club citati, di Elita e altri eventi legati a People. Abbiamo chiaccherato con lei delle dinamiche della città, di cosa si potrebbe fare per la vita notturna e per fare vivere di nuovo Milano.

Ti occupi della comunicazione di due importanti realtà della nightlife milanese, Magazzini Generali e Tunnel, come sta la città?
"Milano rispetto ad altre città d'Italia offre diverse opportunità nonostante la politica del terrore in atto sui locali, in altri contesti ci sono ancora molte cose da fare. Il problema più grande è che ci sono pochi giovani e questo incide sulle scelte istituzionali. Ci si gioca la stessa fetta di pubblico, quindi la riuscita o meno della serata è variabile".

Il pubblico... chi frequenta le serate, cosa cerca, ma soprattutto cosa trova?
"Direi di parlare per fasce: fino ai 25 anni c'è molta voglia di fare e si predilige la dimensione del club. Le serate infrasettimanali vanno molto bene, ad esempio il mercoledì dei Magazzini o anche il giovedì del Gasoline (oggi Punto G, ndr), hanno molto successo anche perché c'è una maggiore attenzione ai costi. Le persone sopra i 25 cercano qualcosa di più intimo: ascoltare bella musica ma possibilità di interagire, una dimensione che manca, un'atmosfera da bar/dancehall tipo il vecchio Soul2Soul o il Cape Town. Il club è più adatto per uno sfogo, è catartico".

Qual è la peculiarità del cittadino milanese secondo te?
"I milanesi vivono poco la strada. Io abito in periferia e tornando a casa alle 21.30 mi capita di non incontrare un'anima per chilometri. A New York, Londra, Parigi la gente è sempre in giro, escono tutti, di tutte le età. La dimensione del muoversi genera più calore umano. A Milano la vita di quartiere si è persa, a parte Ticinese e Isola gli altre zone sono deserte. Le politiche del quartire tutelano  soprattutto gli anziani e non i giovani. A Berlino non c'è un vero centro, ogni parte della città sviluppa al meglio le sue peculiarità".

Secondo te come appare Milano all'estero?
"Per gli stranieri milano non può essere una città di riferimento. Bisognerebbe fare qualcosa per il centro ma le dinamiche che si sono instaurate non lo permettono. Non ci sono nuove proposte per la difficoltà ad ottenere tutti i permessi necessari. Questa scelta rispecchia l'anzianità della popolazione italiana. Ci stiamo isolando. All'estero le aree in disuso vengono date ai giovani perché le istituzioni hanno capito che questo è un business che fa crescere la città ".

Viene naturale spostare l'attenzione sull'Expo 2015...
"Sono stati presentati diversi progetti interessanti, ad esempio delle factory per far vivere le periferie però mi sembra che non vengano presi in considerazione i progetti dei giovani. L'Expo dovrebbe valorizzare il decentramento (Giambellino, Quarto Oggiaro, Baggio o le ex aree industriali) e non rivalutare sempre le solite aree. È un'occasione di lavorare per la città e fare qualcosa che rimanga e che serva ai giovani. Serve una lungimiranza nel progetto".

A quale città si dovrebbe ispirare Milano per esprimere le sue potenzialità?
"Guarderei a Barcellona, ha fatto dei lavori di ristrutturazione incredibili. In 12-13 anni si è trasformata in una città molto vivibile con manifestazioni interessanti. E poi ci sono le città statiunitensi, lì il melting pot sta dando i suoi frutti. A Los Angeles c'è un'integrazione impressionante, all'Avalon ci saranno state 25 etnie diverse che ballavano la stessa musica: è a quello che bisogna puntare. Il confronto con l'estero e gli stranieri che ci sono in Italia è importante per crescere perchè ognuno ha qualcosa da dare. Da soli non ce la stiamo facendo, è una questione di numeri".

Qual è stato il momento aureo della città?
"Gli anni '90. La città aveva le carte per partire bene, c'erano i centri sociali, i primi a suonare nuovi tipi di musica e ad accogliere un pubblico vasto. Però non c'è stato il riciclo generazionale. Penso al Bulk era un progetto interessante gestito da ragazzi giovani, ma la propositività è stata contrastata a tutti i livelli".

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