Intervista a Aleyda Guevara

La figlia del Comandante: "potrò sempre fare di più e, nonostante tutto, non mi fermo!" Ricordi vivi, sogni di ieri e di oggi e la forza di un mito che continua a vivere

Il 2008 è l'anno in cui ricorrerà l'ottantesimo anniversario della nascita di Ernesto Guevara, il Comandante Che. Aleyda Guevara, la figlia, è stata ospitata ad Abbiategrasso, in un incontro organizzato dall'Associazione Italia-Cuba dell'abbiatense-magentino. Aleyda ha 47 anni, è un medico psichiatra e lavora all'ospedale William Soler a La Habana. Impegnata in politica, ha prestato la sua opera volontaria in Paesi come l'Angola e il Nicaragua. Ha inoltre fondato il Centro Studi Ernesto Che Guevara. Di suo padre dice sempre che le ha insegnato l'amore per gli uomini.

Che ricordo ha del Che? Pensa che la commercializzazione della sua immagine lo alimenti?
"Il ricordo di mio padre è più che altro un ricordo in terza persona, quello dei racconti di mia madre, dato che partì quando avevo poco più di 4 anni. L'immagine del Che è mantenuta viva in vari modi: dipende da quali. In Svizzera, ad esempio, una compagnia di telefoni cellulari la utilizza ed è davvero poco rispettoso. Vederlo invece su camicette, bracciali, bandane e cappellini non mi disturba: è pur sempre un modo di tenerlo in vita, portando avanti nei giovani - che magari indossano una sua maglietta senza conoscerlo inizialmente - l'esempio di un uomo che, in una società capitalista, non è sceso a compromessi economico-sociali e che ha vissuto all'insegna di una tensione e spinta continua agli ideali in cui ha creduto fino all'ultimo, fino alla morte."

Cosa farebbe il Che se fosse vivo oggi? Crederebbe ancora nel progetto rivoluzionario?
"Se fosse vivo non saprei cosa farebbe, non posso dirlo, né sarebbe corretto parlare per lui. Tutto è cambiato da allora, anche se di fondo la società è marcatamente capitalista. Credo che il Che risponda a chi lo legge, a chi lo conosce, a chi segue i suoi insegnamenti: parla ai cuori. Di certo lotterebbe per gli interessi delle classi ai margini. Sarebbe - come è sempre stato - con il popolo. È necessario credere nella rivoluzione: non occorre necessariamente impugnare un'arma per cambiare il mondo. La rivoluzione è in primo luogo sociale, e, quindi, ha una matrice fortemente culturale."

Cos'è Cuba oggi?
"Cuba è un Paese piccolo, ma molto grande perché il popolo cubano ha imparato a restituire ciò che ha ricevuto. Come diceva sempre mio papà è felice l'uomo che può dare ciò che ha ricevuto, senza ricordare ciò che dà e senza dimenticare ciò che riceve. Questo rende Cuba e i Cubani unici. Con tutte le restrizioni dell'embargo, il sistema universitario e la sanità del mio Paese sono invidiati in tutto il mondo, ed è questo che fa la differenza: il sistema sociale contribuisce in modo fondamentale alla cultura di un popolo."

E' felice, Aleyda?
"Non posso essere felice: mi rendo conto di non avere le forze sufficienti per fare ciò che vorrei, ma non mi fermo: continuo a lottare e a credere in quello che faccio. Sono pediatra. In Angola ho vissuto anni difficili per il degrado che ho visto. Nulla è più importante dell'uomo: non è possibile che nel mondo ci siano tali e tante disparità. Il mio contributo non è sufficiente, si può continuamente fare di più. Ci occupiamo tanto dei massimi sistemi e non agiamo nel concreto. Quando si comprende questa cosa e si impara a vivere è ormai tardi. Il libro "Così si temprò l'acciaio" del russo Nikolaj Ostrovskij insegna come di debba vivere in maniera tale che quando si muore non si soffra per gli anni trascorsi inutilmente. Per questo non smetterò mai di impegnarmi per fare tutto ciò di utile per aiutare gli altri, pur sapendo - ripeto - che potrò sempre fare di più. Il grande privilegio del mio lavoro è poter gioire per il sorriso di un bambino. Sento che sto apprendendo a vivere e sento anche che, sì, riuscirò a fare di più e meglio."

"A Cuba si dice che quando scrivi un libro, pianti un albero e hai un figlio puoi morire tranquillo, ma non basta: le idee del libro devono essere condivise con molti uomini e donne, i frutti devono essere gustati e il figlio educato. E soprattutto il tempo deve essere diviso con tutto ciò che serve."

Forse la suggestione, forse l'emozione, ma a tratti è sembrato di intervistare Ernesto Che Guevara: quale onore!

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