Intervista Mimmo Cuticchio

Intervista a A tu per tu con un'antica tradizione siciliana

La magica e antica arte del "puparo sperimentatore" raccontata da Mimmo Cuticchio

Il tramonto. Il sole calava su una lunga giornata di duro lavoro passata ad arare i campi e cominciava un mondo nuovo, fatto di gesta eroiche, battaglie contro gli infedeli ed amori epici. Era il mondo fatto di sogni e fantasticherie che il teatro dei pupi risvegliava ogni sera. La rivoluzione industriale e tecnologica ha cancellato quella realtà fatta di contadini e pescatori, allevatori e artigiani, ma la voglia di sognare non è mai passata. Anche l'opera dei pupi è rimasta grazie ad artisti come Mimmo Cuticchio, puparo palermitano e fondatore dell'Associazione Figli d'Arte Cuticchio. Nel teatro di via Bara all'Olivella Mimmo, suo figlio Giacomo e altri collaboratori continuano a tener viva una tradizione che ormai ha più di duecento anni. E così con 8 euro, prezzo del biglietto, è possibile, ancora una volta, assistere alle storie dei Paladini di Francia, alle avventure di Ruggiero dell'Aquila Bianca e alle gesta di Orlando.

La tradizione dell'opera dei pupi è ormai più che centenaria. Che cosa è cambiato?
"Senz'altro il pubblico. Tradizionalmente l'opera dei pupi si faceva per i villaggi; in inverno si andava nelle borgate, d'estate nei paesini di mare, dopo la semina e il raccolto nelle campagne e in montagna. Poi dagli anni Sessanta in poi è cominciata la discesa. Lo sviluppo economico ha portato la gente ad abbandonare la campagna e a spogliarsi della propria identità tradizionale per andare a vestirne una nuova. Vista la situazione mio padre decise quindi ridurre il repertorio ad un solo spettacolo e di concentrarsi sul pubblico dei turisti".

Anche oggi il pubblico è prevalentemente composto di turisti?
"No. Io non ero d'accordo con la politica adottata da mio padre, volevo continuare a fare teatro e a mantenere un repertorio ricco anziché continuare a proporre sempre lo stesso spettacolo. Così nel 1971 ho deciso di staccarmi dall'attività di mio padre, mi sono costruito dei pupi e un teatrino smontabile e ho cominciato a girare per le scuole di ogni ordine e grado di Palermo e provincia. Questo mi ha permesso di continuare a vivere creativamente e soprattutto di riuscire a trasmettere alle nuove generazioni una memoria che altrimenti sarebbe andata persa, un certo rapporto con gli antichi mestieri".

Lei crede che le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione la possano aiutare in questa battaglia?
"Tutti i mezzi di comunicazione sono importanti, soprattutto quelli all'avanguardia. Io sono sempre stato attento al nuovo, tanto che mi chiamano il "puparo sperimentatore". Per andare avanti ho dovuto coniugare innovazione e tradizione".

Cosa intende per innovazione?
"Innanzi tutto il rinnovamento dei testi e del repertorio. Io vivo nella mia contemporaneità per cui non posso fare come i pupari dell'Ottocento e portare in scena le Chansons de Geste o almeno non solo quello. Ormai viviamo in una realtà estremamente multiculturale, in cui parlare dello scontro tra Occidentali e Saraceni non ha più il significato che aveva in precedenza. Quindi, per esempio, ho deciso di mettere in scena uno spettacolo dal titolo "Aladino di tutti i colori", perchè tutti i bambini hanno il diritto di sognare, a qualunque cultura appartengano. Io uso il mio teatro come un'antica macchina di proiezione, ma per proiettare un film nuovo".

Ma la sua attività non si limita alla messa in scena di opere vecchie e nuove...
"No, infatti. L'Associazione Figli d'Arte Cuticchio ha anche un laboratorio proprio, in cui si realizzano i pupi necessari per i nostri spettacoli e in cui si riparano quelli logorati dall'utilizzo. Dal 1997 abbiamo aperto una scuola internazionale per pupari dove insegniamo, ad esempio, a costruire e manovrare i pupi, a scrivere canovacci e realizzare la messa in scena. Facciamo tutto questo perchè non vogliamo che questo patrimonio culturale vada perduto. Sia io che mio figlio Giacomo, che ora ha 25 anni, siamo d'accordo sul fatto che la mentalità del segreto, del non voler condividere quest'arte, in realtà porterebbe alla morte dell'opera dei pupi".

Nelle catacombe dei cappuccini a Palermo c'è il corpo di una bambina, Rosalia, morta nel 1921. Il padre, addolorato dalla morte della fanciulla, decise di farla imbalsamare dal dottor Solafia. Il corpo è ancora perfettamente conservato, ma Solafia è spirato portando con sè il segreto dell'imbalsamazione. Diversamente dal mistero di Rosalia, grazie a Mimmo Cuticchio e alla sua Associazione un altro segreto, quello dell'attività dei pupari, non andrà perduto.

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