Recensione Concerto di Stevie Wonder all'Arena di Verona

Stevie Wonder e il più grande sermone afroamericano

Notte magica all'Arena di Verona in una scalata musicale memorabile

Un evento musicale può restare memorabile anche per la location. E in una notte d’estate l’Arena di Verona ci ha messo il suo, destando l’invidia della lontana Venezia. I Pink Floyd che galleggiano sulla Laguna ci possono pure stare, ma il più grande sermone musicale della cultura afroamericana doveva consumarsi qui, tra le mura dell’anfiteatro romano. A sermonare è Stevie Wonder, che a 60 anni ha una voce così possente da potersi permettere il lusso di dondolarsi in una poliedricità infinitamente instabile: che ci si metta in gioco con My eyes don’t cry, brano d’apertura; che si faccia qualche improvvisata digressione con As If you read, giocando a fare "lo sciupafemmine" in compagnia della bella Aisha (sua figlia!).

Il pop è solo un rivestimento perché nella corteccia di Stevie c’è la linfa della black music, perché nel suo tributo a Bob Marley con Master Blaster c’è il segreto di tutto e il pubblico dell’Arena è troppo salottiero per accorgersene: l’eco della giungla dell’imperatore del reggae si stempera nella street music di Wonder, dove tra vicoli e vicoletti puoi imbatterti ancora nel sibilio del funk o dell’R&B. E quella sua cecità gli dona una visione così chiara del mondo circostante da trasformare il suo tour Song Traveling in un diario di viaggio, che ridisegna i contorni nel trapasso dalla fantasticheria romantica al manifesto politicamente impegnato del Peace & Love. Non c’è Ebony and Ivory (troppo Maccartiana), ma in compenso c’è la beatlesiana We can Work it Out, perché "ce la possiamo fare" di fronte alle sfide della vita, se in due meglio ancora; ci sono gli omaggi a Jacko e a Modugno; c’è la costellazione degli hits a ridosso di Ribbon in the Sky, Isn’t She lovely, I wish, Free, My Cherie Amour, For Once in My Life,Sir Duke.

Il pubblico si lascia andare e si scatena, ma poi la magia della città di Romeo e Giulietta ci mette il resto: sembra che i sonetti shakespeariani si siano reincarnati nel sound di Stevie Wonder. I Just Called to Say I Love You è così veloce e abbozzata che non si ha il tempo di impugnare il cellulare e dedicarla a qualcuno, come se poi questa dichiarazione d’amore retrò potesse restituire l’impossibile al possibile. Arriva la pioggia, sembra finta, una macchinazione scenografica degli dei che incellofana una notte di luglio che Verona non dimenticherà mai più.          

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