Recensione concerto Peter Gabriel all'Arena di Verona

Gloria, Gloria, Gloria a Peter Gabriel!

Tre ore di musica all'Arena di Verona per l'ex Genesis tra spiritualità e filosofia

Uno solo può permettersi il lusso di "grattarsi la schiena" osservando gli altri musicisti, ma tenendo fede alla propria spiritualità. È Peter Gabriel, l'ultima grande attesa all’Arena di Verona, che con il suo Scratch in my Back ha avuto il coraggio di barcamenarsi nelle galassie contemporanee tra pianeti così diversi come Lou Reed, Radiohead, Arcade Fire e Talking Heads. Due live performance in una serata di tre ore di musica. Nella seconda parte c'è sufficiente spazio per vagabondare tra gli orizzonti perduti della sua carriera musicale.

MINIMALISMO E VISIONI - Minimalismo compositivo e schizofrenie visionarie diroccate su grandi schermi per l’ex Genesis, questa volta senza chitarre né batterie, senza un "soprabito elettrico" perché si affida ad un'orchestra, che in alcuni passaggi fatica a stargli dietro. Le due meravigliose muse coriste, la figlia Melanie e la songwriter svedese Ane Brun, contribuiscono a rendere l'atmosfera molto rarefatta, dilatando i ritmi di un concerto nei tempi di un reading musicale. 

READING - Se la musica è prima di tutto un coinvolgimento interiore, allora possono convivere visioni contrastanti come Heroes, My body is a Cage o Power of My Heart. Gabriel è l’ultimo filosofo sopravvissuto in una terra bruciata in cui la ricerca musicale è stata soppiantata da rincorse metafisiche, che ci lasciano in mano un pugno di mosche. Ed è proprio questa filosofia che lo rende ancora unico, anche nella seconda parte tutta antologica che spinge "il reading" sulla sponda dell’ "happening". "Trasformare l'energia della gente in una fornace solare”, declama nel suo italiano anglofono e poi attacca Silence of Noise. Gioca a fare lo storyteller nel ricordo di "una donna che viveva in una roulotte e assomigliava ad una strega" e attacca Darkness, nel tempo in cui "la paura" è la nostra compagna di sventura.

YOUR EYES - Dalle pulsazioni sgrammaticate si passa a quelle algide sulle note di Downside Up, mentre "questo ragazzaccio che promette bene" se la dà a gambe tra Mercy Street, The Rhythm of the Heat e Washing the Water. Gran finale con Red Rain e Solsbury Hill, folgorante bis con Your Eyes e Don’t Give Up. Ci voleva Peter Gabriel perché tornassimo a fare un esame di coscienza senza mistificazioni, con la crudele consapevolezza dei mostri che ci girano intorno. 

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