Morso di luna nuova

Il palcoscenico milanese torna a splendere al Franco Parenti con una delle regie più intense delle ultime stagioni

Nelle stagioni teatrali in cui si incrociano sempre più "registi da vetrina", o meglio ancora direttori di scena, ecco che una storia intensa delle pagine di un libro finisca nelle mani di un signor regista. Giancarlo Sepe con la sua angolatura tagliente e sferzante trasforma la messinscena al Franco Parenti di Morso di Luna nuova di Erri De Luca in una serigrafia teatrale. Settanta minuti mozzafiato con un ritmo sfrenato e la Napoli, puntellata dalla seconda guerra Mondiale, finisce sotto terra, in un rifugio, in un'ambientazione claustrofobica da teatro dell'assurdo. Nella gestione della coralità dei protagonisti – e in questo Sepe è un maestro (vecchie reminiscenze del reprise del Théatre du Campagnol) – si segue la logica del tutti per uno, uno per tutti chiunque ci sia in ballo: un falegname, un vecchio generale fascista, un balbuziente, un ebreo infiltrato o una donna che sogna il principe azzurro.

Il testo di De Luca fa sprofondare un amaro capitolo della storia, le Quattro giornate di Napoli, nel pessimismo concettuale del cinema di La Grande Illusione di Renoir, perché la guerra è zozza, sempre e comunque, e qui non c'è neanche la speranza edoardiana di “Adda passà ‘a Nuttata”. La notte non è passata e ce lo dimostra il diktat dell’Italia ballerina di questi giorni, che strizza l’occhio a vecchi fantasmi ideologici, nella bizzarra e clownesca modalità di affrontare le questioni sociali e politiche. Ottimo il cast capeggiato da Giovanni Esposito e Antonio Marfella. L'ultimo elogio alla Cooperativa teatrale gli Ipocriti, attiva dal 1972, perché il teatro è fatto anche di idee, coraggio e impresa.

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