Marco Travaglio

Strategie e manipolazioni di un Paese parzialmente libero secondo il giornalista torinese

C’era una volta un pifferaio magico capace di incantare con il suono chiunque lo ascoltasse. C’è oggi una nazione morfinizzata da un tubo catodico. Un’Italia improbabile incapace di svegliarsi e ribellarsi alla malattia. La favola nera di Hamelin si ripete nel Bel Paese. Nel 2003 la legge Gasparri dà al Premier la possibilità di influenzare la RAI. Secondo i rapporti di Freedom House (organizzazione non governativa che conduce rapporti di ricerca su democrazia e libertà) l’Italia è un Paese parzialmente libero. Questo perché numerosi sono i tentativi del Governo di interferire con la politica editoriale dei mezzi di comunicazione pubblici, in particolare circa la copertura degli scandali di Silvio Berlusconi. Marco Travaglio e Isabella Ferrari instillano la speranza di porre fine a questa Anestesia Totale con sei ironiche e amare lezioni che svelano le strategie utilizzate per ottenere un inconsapevole consenso.

UNA VERITÀ DI ARGILLA - Un’edicola, un giornalaio musicista che crea un tappeto sonoro fatto di suoni distorti, un violino e due voci che si alternano. Il grande Caimano, naturalmente, aleggia sul testo, nello spazio e sulle persone. Non si parla di lui. Non del tutto. Ma di quello che il santo uomo ha prodotto e di come abbia trasformato la vita delle persone. I veri protagonisti sono una militarizzata informazione e il dubbio amletico tra che cosa è realtà e cosa è menzogna. Con tali presupposti a comandare, i fatti possono essere stravolti e plasmati come se la verità fosse argilla al servizio di un unico e indiscutibile manipolatore. Così un Bruno Vespa, una Daniela Santanchè, un Giuliano Ferrara, un Gianni Riotta vengono dipinti da Travaglio come burattini della nostra realtà politica e sociale. Da diciassette anni a questa parte, ovvero dal 1994, anno del primo governo Berlusconi.

MANIPOLAZIONE D'AUTORE - Ormai le nostre menti sono viziate ed educate da quello che la televisione e i giornali ci propinano. I sei ingredienti per riuscire a comandare? Far saltare i fatti, la verità, le parole, il senso, la logica e l’informazione. L’ironia è l’unica strada che rimane per cercare di recuperare la vista, e Travaglio sa come usarla. Sembra un attore. E cambia registro e ritmo. Ma il dramma è che non si sta recitando proprio nulla su quel palco. Quale la cura a questa epidemia? Ci vuole il coraggio di un giornalista. Forse uno dei pochi ad essere degno di essere chiamato tale. Un uomo che la verità non la nasconde dietro abili operazioni mediatiche di spostamento dell’attenzione da un problema ad un altro. Perché prova giorno per giorno, a farci riconquistare la libertà.

Sul palco non resta che l’eco della carta strappata e un cumulo di macerie. Perché se c’è una lezione da imparare è quella che insegna a saper dire di no a chi vuole sottrarre la nostra autonomia di pensiero. E sarebbe bello se questa voce oltrepassasse i confini del teatro e arrivasse sui banchi di scuola. Perché è lì che si gettano le basi per un Paese nuovo.

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