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Il Teatro di un mondo in crisi

Il riadattamento de "Il Grande capo" di Lars von Trier convince il pubblico

Porte in plexiglass disegnano un'essenziale sala riunioni. Luce fredda. Opacità e polvere su Il Grande Capo di Lars von Trier in un riadattamento teatrale di Maurizio Panici. In scena al Teatro Carcano fino al 19 dicembre, lo spettacolo vince sul pubblico, ma lascia domande aperte sulla creatività e sulla direzione. Trasparente e nuda quasi come la scenografia. 

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA - La vicenda, ambientata in un'azienda informatica danese, narra di un gruppo di creativi che sta per essere licenziato dopo anni di successi. Raul, fondatore della società, nasconde la sua reale identità nel timore di non essere stimato dai suoi dipendenti e per anni si confonde tra di loro come "portavoce" della dirigenza. Il momento è critico. L'azienda sta per essere ceduta. A questo punto viene scritturato un attore, interpretato dal versatile Gianfelice Imparato, per vestire i panni del fantomatico Grande Capo. Nasce una commedia degli equivoci dove il conflitto secolare tra Danimarca e Islanda della versione cinematografica, viene risolto con quello tra Nord e Sud d'Italia. Una scelta drammaturgica ormai inflazionata che pone in opposizione l'orientamento al business tipico del Nord con la facilità dei sentimenti meridionali.

UN TEATRO SENZA REGISTA - Momenti amari per la finzione scenica così come per il teatro. La bravura degli attori è indiscussa, ma la presenza di una regia poco forte, genera uno spettacolo senza colpi di scena con finale scritto sin dalle prime battute. La tragi-comicità mette in luce il bisogno di riconoscimento anche a scapito dei rapporti umani risultando, tuttavia, a tratti grottesca e forzata. Giusto plauso al ritmo incalzante, immediato e feroce. Un capolavoro cinematografico e un tentativo arduo tutto italiano. L'obiettivo del film è il disvelamento della storia e della "macchinazione" registica. Sul palco del Carcano il "goal" di Lars Von Trier non è stato raggiunto. Eppure la storia del Nord contro il Sud al pubblico piace. Il luogo comune dell'amplesso tra il capo e la dipendente sembra convincere. Il dialetto, come "molla di risate", è amato. La parodia del metodo attoriale è gustata con ghiotte risate. Allora la domanda è rivolta agli addetti ai lavori, ma anche al pubblico. Se, come dice Peter Brook, il teatro è come un ristorante... siamo sicuri di aver servito e gustato un buon cibo?

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