Una luce nel silenzio

Il nostro saluto a Giovanni Paolo II

Me lo ricordo bene quel 16 ottobre 1978.  Avevo poco più di cinque anni ed ero uno di quei bambini che si era da subito affezionato a Papa Luciani. Sarà un istinto infantile, ma vai a spiegarlo ad un bimbo della scuola materna che da quel momento Giovanni Paolo I non c’era più. Me lo ricordo bene quel 16 ottobre 1978 perché avevamo un piccolo televisore in bianco e nero sul frigorifero della cucina. Quando fu pronunciata la formula rituale “Habemus Papam”, Karol Wojtyla entrò nella mia vita, nella vita di quel bambino.

Non sapevo assolutamente niente di lui ma a poco a poco ho imparato a volergli bene. Non è stato uno sforzo. Mia madre ebbe soltanto l’idea di prendere una cartina geografica dell’Europa e di portare il mio indice sulla Polonia, per indicarmi che Sua Santità proveniva da quel Paese. Tuttavia, i ricordi restano ricordi e corrono veloci scalfendo una riflessione. Nel periodo dell’infanzia, si è all’oscuro di tutto: per me allora non esisteva una cortina di ferro, non esisteva la guerra fredda, non esistevano le differenze di razza, di religione, non esisteva l’orrore dell’olocausto. Giovanni Paolo II, l’unico Papa che forse per grandezza e lungimiranza evoca la santità di Giovanni XXIII, ha spazzato via le divisioni, ha contribuito a cambiare il percorso storico dell’ultimo scorcio del novecento.

Noi lo vogliamo ricordare nel silenzio, accompagnato da una composta riflessione che vuole meditare sulla grande spiritualità di questo uomo. E permettetemi di prendere le distanze – con il pieno consenso del resto del nostro staff - da quell’affollamento di notizie che riempiono i media in questo momento. Mi piace ricordare così il Papa dell’Est: in cima ad una montagna in una scanzonata passeggiata con il suo amico Sandro Pertini, compianto Presidente dell’Italia che non voleva sottomettersi. Sembra una scena da film. Un ex sacerdote di Cracovia assieme ad un ex partigiano, un incontro che forse ha fatto storcere il naso anche ai vaticanisti più bigotti ma avrebbe divertito il Guareschi di "Peppone e Don Camillo".

Tuttavia, nel nostro cuore resterà impressa la sua umiltà, il suo coraggio nel chiedere scusa per tutti gli errori commessi dalla Chiesa. Mi sarebbe piaciuto intervistarlo e farmi raccontare gli anni della sua giovinezza, i sogni di quella ribelle gioventù, il fremito dei suoi passi che lo portarono da Cracovia a Roma. Dopo ventisei anni, proprio su quella strada, qualcuno ha giurato di aver visto un fiore germogliare. E’ il fiore della vita che schiaccia il mistero e l’angoscia della morte, che in un momento ci fa sentire un granello di sabbia dinanzi all’immensità che ci sovrasta. Vorrei tornare bambino per un istante, sforzandomi di traghettare il mio sguardo in quel televisore in bianco e nero e perdermi di fronte a quel sorriso solare, che portava la fragranza dei paesi dell’Est. Nei miei 32 anni, mi è mancata una carezza del Papa. In questo momento l'avverto con intensità.  Il tempo è scaduto. Quella fiammella si è spenta. Questo è il nostro ciao a te, Karol Wojtyla, Papa di tutti, senza distinzione di razza e di religione.

di Rosario Pipolo

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