Ronny Jordan

Cocktail di jazz, funk, e hip hop con Jordan al Blue Note dal 18 al 20 febbraio

Sono passati tredici anni da quando Ronny Jordan ha inciso l’indimenticabile cover di “So What” di Miles Davis. Riascoltare quel pezzo dal vivo è davvero un’opportunità da non perdere. Una rilettura post-moderna di una punta di diamante del jazz di tutti i tempi. Sarà che Jordan, classe 1962, ha anche sangue giamaicano, ma quando arpeggia la sua chitarra mi sembra davvero di ritrovare stralci di sonorità musicali del continente nero.

I buongustai di Acid Jazz si sono letteralmente consolati ieri per l’esibizione del chitarrista londinese al Blue Note, assieme agli inseparabili Melvin Davis (organo) e Abram Fogle (batteria). Chi lo conosce, sa bene che quando Jordan arriva sul palco lo fa senza mezzi termini: un’ora e mezza di un raffinato cocktail di jazz, funk e hip hop. Una scivolata a perdifiato tra i bordi chiaroscurali della notte per un jazz dai ritmi convulsi.

Mentre il jazzman domina la scena del club di via Borsieri, mi sembra di risentire l’eco dei nomi che hanno influenzato il suo percorso artistico: da Herbie Hancock ai Return to Forever, dai Crusaders a George Benson. “Sono contento di essere qui questa sera. Sono dieci anni che manco dalla vostra bellissima città”, esordisce Ronny Jordan che, rispetto agli artisti precedenti, è molto più loquace con il suo pubblico.
Sulle note della crepuscolare “Turning Town”, le luci calano sulla città che si assopisce, mentre con pezzi come “Trone” e “Bluesette” la chitarra di questo apostolo dell’Acid Jazz galoppa a ritmi deliranti.  Jordan saltella dal suo sgabello mentre tra i titoli in scaletta scorrono “Sugar”, “World is a Ghetto” e “Minority”.

Il pubblico applaude ed accompagna battendo le mani l’attesissima “So What”, ever-green contenuta nell’album “The Antidote” che ha segnato una svolta nel cammino artistico del jazzman. Emozionante l’omaggio a Ray Charles con l’indimenticabile “This Little Girl of  Mine”. 
Verso la fine della performance, Jordan ha preso confidenza con pubblico del Blue Note: “A questo punto dovremmo andarcene, risalire quelle scale, e poi ritornare. Che ne dite invece di saltare questo passaggio, e continuare direttamente a suonare?”. Applausi su applausi, mentre la batteria perforatrice di Fogle e l’organo hammond di Davis si scatenano a più non posso.
Un plauso, infine, va fatto anche al management del Blue Note che è riuscito a portare a Milano uno dei migliori trascinatori del jazz contemporaneo.

di Rosario Pipolo

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